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Corpo, mente e relazioni: l’altra faccia dell’emicrania, uno studio a Montecatone

Non è “solo” un mal di testa: la sua forma cronica più spinta coinvolge infatti corpo, mente, emozioni e relazioni. A raccontarlo è uno studio condotto in Istituto dal neurologo Giuseppe Bonavina e dall’antropologa Chiara Moretti, che ha seguito per un anno sedici donne con diagnosi specifiche – secondo le linee guida internazionali.


Non è “solo” un mal di testa: la sua forma cronica più spinta coinvolge infatti corpo, mente, emozioni e relazioni. A raccontarlo è uno studio condotto in Istituto dal neurologo Giuseppe Bonavina e dall’antropologa Chiara Moretti, che ha seguito per un anno sedici donne con diagnosi specifiche – secondo le linee guida internazionali.

I risultati dello studio sono stati pubblicati su Medicina nei Secoli: Journal of History of Medicine and Medical Humanities, rivista internazionale peer-reviewed fondata nel 1964 e pubblicata dalla Sapienza Università di Roma (Sapienza University Press) che dal 1989 è curata dall’Unità di Storia della Medicina e Bioetica del Dipartimento di Medicina Molecolare.

Le pazienti afferivano all’ambulatorio di Neurologia e di Terapia del Dolore dell’Istituto, dove è ospitato un percorso diagnostico-terapeutico dedicato alla diagnosi e cura delle cefalee e delle algie facciali, contesto che ha permesso un’indagine approfondita e continuativa. Alle donne – parte delle quali con patologie infiammatorie neurologiche e dolore cronico – era stata diagnosticata un’emicrania cronica. Durante le interviste, protrattesi nel tempo con attenzione e costanza, non sono emersi “solo” sintomi ma esperienze di vita, strategie personali, percezioni spesso lontane da quelle della medicina convenzionale.

Obiettivo? Comprendere come si convive quotidianamente con questo tipo di sofferenza. Le testimonianze parlano chiaro: accanto ai farmaci, molte hanno posto in essere soluzioni del tutto personali, piccoli riti, accorgimenti, forme di autocura per aiutarsi a prevenire o ad alleviare gli attacchi.

Ma il cuore della ricerca è forse altrove: nel legame tra questa patologia e i ritmi di vita. Se per la scienza le cause principali sono genetiche, ormonali o legate allo stress, le intervistate hanno raccontato qualcosa di più sottile. Il dolore tende ad esplodere quando la vita si fa eccessiva: troppi impegni, pochi momenti di riposo, tensioni familiari, richieste che si accavallano. È in questi momenti che il disturbo prende il sopravvento.

C’è poi il tema, molto sentito, della solitudine. Sentirsi dire «è solo un mal di testa» può ferire, quando invece si tratta di una condizione che limita, affatica, isola. Per questo, il supporto delle persone vicine — familiari, amici, colleghi — risulta fondamentale. Sentirsi ascoltate, comprese, sostenute, fa la differenza nel modo in cui si affronta la malattia.

Per prendersi davvero cura di chi vive con il dolore cronico, quindi, non basta una terapia farmacologica; come attesta lo studio di Bonavina e Moretti, infatti, occorrono attenzione, un ascolto autentico e un approccio che tenga insieme corpo, psiche e contesto sociale. E che metta al centro, finalmente, l’esperienza di chi soffre ogni giorno.

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