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Costruire autonomia e continuità oltre la fase di cura

Il percorso di cura non come esperienza chiusa, ma come passaggio decisivo verso il ritorno alla vita quotidiana, ai ruoli sociali e all’autonomia possibile: è questa la chiave di lettura che il Montecatone Rehabilitation Institute ha portato al centro del convegno “Il sistema cure per patologie motorie: futura riabilitazione territoriale o abbandono/trascuratezza?” svoltosi a Cecina, con l’intervento di Beatrice Elisabetta Castellan, terapista occupazionale in Unità Spinale.


a cura di Ufficio Stampa MRI – Il percorso di cura non come esperienza chiusa, ma come passaggio decisivo verso il ritorno alla vita quotidiana, ai ruoli sociali e all’autonomia possibile: è questa la chiave di lettura che il Montecatone Rehabilitation Institute ha portato al centro del convegno “Il sistema cure per patologie motorie: futura riabilitazione territoriale o abbandono/trascuratezza?” svoltosi a Cecina, con l’intervento di Beatrice Elisabetta Castellan, terapista occupazionale in Unità Spinale.

Nel suo contributo, la specialista ha illustrato come a Montecatone la lesione midollare venga affrontata non solo come evento clinico, ma come condizione complessa che incide profondamente sulla partecipazione, sull’identità e sulla qualità della vita della persona. Un’impostazione in linea con la letteratura internazionale, che trova applicazione quotidiana in percorsi strutturati, concreti e fortemente personalizzati.

«La riabilitazione non può fermarsi al recupero funzionale – ha spiegato –; il nostro lavoro parte dall’idea che la partecipazione e la performance siano il risultato dell’interazione dinamica tra persona, ambiente e occupazione. È su questo equilibrio che costruiamo il percorso».

Il riferimento è al modello Person–Environment–Occupation–Performance (PEOP), che orienta l’attività dei terapisti occupazionali dell’Istituto e si traduce in interventi mirati sulla vita reale delle persone. Dalla valutazione del domicilio – intesa non come semplice adattamento degli spazi, ma come costruzione delle condizioni che rendono possibile la partecipazione – fino al lavoro in rete con i servizi territoriali e i CAAD, per garantire continuità e coerenza nella fase successiva alla dimissione.

Un’attenzione particolare è rivolta ai percorsi di autonomia avanzata: il percorso patente, la rieducazione attraverso il gesto sportivo, la collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico e con i tecnici sul territorio, fino alle uscite riabilitative in contesti reali – in città, al mare, sui mezzi di trasporto – dove la persona si confronta direttamente con barriere architettoniche, sociali e culturali. «Sono esperienze fondamentali – ha sottolineato Castellan – perché consentono di mettere alla prova le abilità acquisite e, allo stesso tempo, di lavorare sullo stigma ancora presente. È nel confronto con il mondo reale che molte competenze trovano piena espressione».

Nel percorso trovano spazio anche la sperimentazione di ausili in ambienti complessi, come quello marino, i laboratori tecnico-educativi, l’attenzione al reinserimento scolastico e lavorativo e ambienti come Life Bridge, pensati per accompagnare una fase particolarmente delicata come quella della dimissione.

Montecatone, quindi, non come luogo chiuso, ma come nodo di connessione tra ospedale e territorio, tra fase intensiva e quotidianità. «I centri di riabilitazione – ha concluso Castellan – non devono essere percorsi fini a se stessi, ma ponti. L’obiettivo è accompagnare le persone nella ripresa dei loro ruoli di vita, evitando quella sensazione di abbandono che troppo spesso segue la dimissione». Un messaggio che, al di là del contesto del convegno, restituisce con chiarezza la cifra culturale e operativa dell’Istituto: un lavoro che guarda oltre il periodo di ricovero e mette al centro la persona, nella sua complessità e nel suo futuro.

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