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C’è una domanda che la riabilitazione moderna non può più eludere: guarire significa tornare a funzionare o tornare a vivere? L’Istituto, in occasione della Giornata nazionale della persona con lesione al midollo spinale del 4 aprile, rilancia questa riflessione.
a cura di Ufficio Stampa MRI – C’è una domanda che la riabilitazione moderna non può più eludere: guarire significa tornare a funzionare, o tornare a vivere? Per il Montecatone Rehabilitation Institute, che in occasione della Giornata nazionale della persona con lesione al midollo spinale del 4 aprile rilancia questa riflessione, la risposta è inequivoca: la qualità della vita non è un obiettivo accessorio della cura, ma la sua misura più autentica. Un traguardo che richiede, insieme, la capacità di affrontare tutte le dimensioni dell’esperienza del paziente — dal dolore all’autonomia, dalla partecipazione sociale alla continuità del percorso — e un sistema organizzato per sostenerle nel tempo.
«Non possiamo limitarci al recupero funzionale – afferma Mario Tubertini, Commissario Straordinario dell’Istituto –. La riabilitazione deve confrontarsi con tutte le dimensioni che incidono sull’esistenza della persona, e il dolore è tra le più rilevanti: condiziona gli esiti, l’autonomia, la partecipazione».
A Montecatone questo principio non resta enunciazione: si traduce in percorsi strutturati che prendono avvio già nella fase acuta e accompagnano il paziente nel tempo. L’Unità Spinale, tra le principali in Italia, accoglie ogni anno centinaia di persone attraverso un modello fondato sul lavoro interdisciplinare, sull’impiego di tecnologie avanzate e sulla personalizzazione degli interventi. Accanto al recupero motorio, la gestione del dolore neuropatico e delle complicanze associate alla lesione rappresenta un asse clinico determinante: incide sulla capacità di sostenere il percorso riabilitativo e di raggiungere livelli adeguati di autonomia. Per questo l’Istituto sviluppa approcci multidimensionali, orientati all’intervento precoce e a un accompagnamento continuativo.
Ma la qualità della cura non dipende soltanto da ciò che accade dentro un singolo centro, per quanto eccellente, dipende da come gli Istituti dialogano tra loro, si coordinano, mettono a sistema le competenze accumulate. È su questo piano — quello dell’organizzazione della rete — che Tubertini torna con insistenza, anche nel dibattito aperto durante RehabEvolution 2026: la necessità di costruire una rete nazionale di unità spinali capace di garantire omogeneità nella presa in carico e continuità reale tra fase acuta, riabilitazione e territorio. «La complessità clinica delle mielolesioni – sottolinea – richiede un’organizzazione altrettanto strutturata. Una rete di unità spinali significa condividere competenze, ridurre le disuguaglianze e assicurare ai pazienti itinerari di cura coerenti lungo tutte le fasi».
L’urgenza di questo passaggio è amplificata dall’evoluzione del quadro epidemiologico: cresce la quota di lesioni non traumatiche, legate a situazioni di fragilità, portatrici di bisogni più articolati e meno riconducibili a percorsi standardizzati. Una realtà che rende ancora più necessari modelli integrati, capaci di connettere centri ad alta specializzazione, servizi territoriali e traiettorie di lungo periodo. «Fare rete – conclude Tubertini – non è soltanto un obiettivo organizzativo, ma una condizione per migliorare concretamente la qualità della vita delle persone. Significa garantire continuità, appropriatezza e accesso alle competenze migliori, indipendentemente dal luogo di provenienza».





