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All’Unità Spinale del Montecatone Rehabilitation Institute ogni percorso comincia con un momento di frattura: una lesione del midollo spinale interrompe la continuità della vita e impone, da subito, una domanda essenziale: come ricominciare.
A cura di Ufficio Stampa MRI – All’Unità Spinale del Montecatone Rehabilitation Institute ogni percorso comincia con un momento di frattura: una lesione del midollo spinale interrompe la continuità della vita e impone, da subito, una domanda essenziale: come ricominciare. È attorno a questa soglia che negli anni è stata costruita una delle esperienze più solide e riconosciute del Paese nella presa in carico delle persone con mielolesione, oggi guidata da Laura Simoncini, direttrice della struttura che è tra l’altro la più grande in Italia.
Con 120 posti letto dedicati, il reparto accoglie ogni anno circa 580 pazienti provenienti da tutta Italia. Oltre la metà arriva da fuori regione, in particolare dal Sud, a conferma di un’attrattività che nasce da una reputazione costruita nel tempo, dentro le stanze di degenza, nelle palestre, nei colloqui clinici e nei passaggi spesso silenziosi che segnano la riabilitazione. I numeri descrivono una popolazione prevalentemente maschile, con un’età media intorno ai 52 anni, stabile negli ultimi anni ma indicativa di un progressivo invecchiamento delle persone colpite da lesione midollare.
Anche le cause cambiano, e con esse i bisogni. Se il trauma resta la principale origine della lesione, diminuiscono gli incidenti stradali e aumentano le cadute, soprattutto tra le persone anziane, spesso fragili per equilibrio, funzioni cognitive, vista o terapie farmacologiche. Crescono inoltre le lesioni non traumatiche, legate a patologie oncologiche, infettive o degenerative, che richiedono percorsi riabilitativi sempre più complessi. È dentro questa trasformazione epidemiologica che Montecatone ha progressivamente affinato il proprio modello di cura.
Qui la riabilitazione inizia presto, già nella fase acuta precoce. Non è solo una scelta organizzativa, ma culturale: intervenire tempestivamente significa offrire alla persona le migliori possibilità di recupero e adattamento. Il percorso si fonda su un lavoro interdisciplinare quotidiano, in cui medici specialisti, infermieri, fisioterapisti, terapisti occupazionali, psicologi, logopedisti e assistenti sociali condividono obiettivi e responsabilità. L’autonomia, quando possibile, è il risultato di un’alleanza.
«Accogliere la persona con lesione midollare già nella fase acuta precoce significa incidere in modo concreto sugli esiti funzionali e sulla qualità della vita. Il tempo, in questi casi, non è una variabile neutra: è parte integrante della cura», sottolinea Laura Simoncini.
Negli ultimi anni questo impianto si è ulteriormente rafforzato, integrando strumenti e competenze capaci di intercettare fragilità spesso invisibili. La valutazione della composizione corporea e della salute ossea, resa possibile da tecnologie avanzate come la bioimpedenziometria e la metodica REMS, consente di affrontare precocemente la malnutrizione, una condizione che riguarda circa il 60% dei pazienti ricoverati e che incide sul recupero funzionale e sul rischio di complicanze. A questo si affianca l’attenzione alle alterazioni respiratorie, soprattutto nelle lesioni cervicali e toraciche alte.
Accanto a questo, si è sviluppata la riabilitazione robotica, inserita in modo complementare al trattamento fisioterapico tradizionale per aumentare intensità, ripetitività e precisione del training. È qui che la tecnologia incontra la neuroplasticità, offrendo al sistema nervoso le condizioni migliori per esprimere il proprio potenziale residuo, senza mai sostituire la relazione terapeutica, ma rafforzandola.
Il tempo della lesione midollare, però, non si esaurisce con la fase acuta. Per questo la struttura ha investito nella gestione della cronicità, dedicando 46 posti letto a persone che, anche a distanza di anni, necessitano di una presa in carico specialistica. Disfunzione intestinale e vescicale, spasticità, dolore neuropatico, lesioni da pressione non sono semplici complicanze: sono elementi che incidono profondamente sulla qualità della vita. Qui vengono affrontati con uno sguardo globale, che tiene insieme trattamento clinico e progetto di vita.
In questo contesto si inserisce la chirurgia funzionale dell’arto superiore nel paziente tetraplegico, uno dei percorsi di maggiore specializzazione sviluppati a Montecatone. Interventi complessi, riservati a casi selezionati, che possono restituire gesti fondamentali dell’autonomia quotidiana e aprire possibilità concrete.
Ricerca e formazione completano questo disegno. La partecipazione a progetti di ricerca avanzata dedicati allo sviluppo e all’utilizzo clinico degli esoscheletri ha consolidato il dialogo tra medicina e tecnologia, mentre l’avvio del Master universitario biennale sulla gestione multidisciplinare della persona con mielolesione ha trasformato l’esperienza maturata in sapere condiviso, destinato alle nuove generazioni di professionisti. Anche l’impegno nella cooperazione internazionale ha riportato al centro la dimensione più profonda della riabilitazione: quella che riguarda non solo il corpo, ma il senso e la relazione.
«L’Unità Spinale rappresenta uno dei pilastri dell’identità di Montecatone: un luogo in cui competenze cliniche, innovazione e presa in carico globale della persona si tengono insieme in modo concreto. È questo modello di cura, costruito nel tempo, che consente all’Istituto di rispondere a bisogni complessi e in continua evoluzione», evidenzia Mario Tubertini, commissario straordinario di Montecatone.
L’Unità Spinale del Montecatone Rehabilitation Institute è oggi un luogo in cui la complessità clinica incontra il tempo della cura, in cui l’innovazione non è mai fine a sé stessa e in cui ogni percorso riabilitativo resta, prima di tutto, un atto di fiducia nel futuro possibile di una persona.





