«Raccontare il dolore è terapeutico»: Gabriele Zancudi e il senso profondo della riabilitazione

Ci sono esperienze che riescono a raccontare il significato profondo della riabilitazione meglio di qualsiasi dato: la storia di Gabriele Zancudi, il quindicenne sardo rimasto paralizzato dopo un tuffo, appartiene a questa categoria.

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20 Maggio 2026

a cura di Ufficio Stampa MRI – Ci sono esperienze che riescono a raccontare il significato profondo della riabilitazione meglio di qualsiasi dato: la storia di Gabriele Zancudi, il quindicenne sardo rimasto paralizzato dopo un tuffo, appartiene a questa categoria: non soltanto per la durezza dell’evento che ha cambiato la sua vita, ma per la lucidità con cui oggi riesce a trasformare il dolore in testimonianza.

Nell’intervista pubblicata da La Nuova Sardegna, Gabriele ripercorre il lungo periodo trascorso a Montecatone dopo l’incidente avvenuto nel giugno scorso. A salvarlo fu il suo amico Inerio Vacca — anche lui quindicenne, di Arbus — che lo trascinò a riva e lo rianimò prima dell’arrivo dei soccorsi: un gesto di coraggio e lucidità che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha riconosciuto conferendogli il titolo di Alfiere della Repubblica. Le parole di Gabriele restituiscono il senso di un’esperienza che supera la dimensione strettamente clinica e diventa percorso umano, relazionale, psicologico: «Raccontando la mia vita posso fare la differenza, condividere il dolore è terapeutico». È proprio in questa idea di riabilitazione che si riconosce il nostro lavoro, un modello costruito nel tempo attorno a un principio preciso: la persona non coincide mai con la sua lesione.

Nel racconto di Gabriele colpisce soprattutto il valore assunto dalle relazioni: il sostegno degli operatori, il confronto quotidiano con gli altri pazienti, la presenza costante della famiglia e degli amici. Aspetti che a Montecatone non rappresentano elementi accessori del percorso di cura, ma parte costitutiva del progetto riabilitativo.

La riabilitazione complessa richiede molto più del recupero funzionale; significa accompagnare persone e famiglie dentro una frattura improvvisa dell’esistenza, aiutandole a ridefinire autonomia, prospettive, identità. Per questo l’Istituto ha sviluppato un approccio multidisciplinare nel quale medici, infermieri, fisioterapisti, neuropsicologi, educatori professionali e case manager operano in modo coordinato, condividendo obiettivi terapeutici e strategie assistenziali lungo tutto il percorso. Montecatone lavora in questo spazio delicato: quello in cui la cura incontra la ricostruzione della quotidianità. Non soltanto recuperare funzioni compromesse, ma restituire strumenti per affrontare una nuova condizione di vita.

Nella testimonianza di Gabriele emerge inoltre un aspetto spesso sottovalutato: il valore terapeutico della parola condivisa. Dare forma pubblica alla propria esperienza può aiutare non solo chi racconta, ma anche chi ascolta — sottraendo la disabilità all’isolamento e trasformando una vicenda individuale in uno spazio di riconoscimento collettivo.

È forse questo uno degli insegnamenti più forti che arrivano dalla sua storia: la riabilitazione non coincide con il ritorno alla vita di prima. È, piuttosto, la costruzione paziente di un nuovo equilibrio possibile.

Ed è in questa prospettiva che Montecatone continua a rappresentare qualcosa di più di un luogo di cura: uno spazio nel quale competenze cliniche, ricerca, relazione e continuità assistenziale si intrecciano per accompagnare le persone nel passaggio più difficile — quello che va dalla sopravvivenza alla ripresa di una progettualità futura.

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