“vivo in Toscana con mio marito e le nostre 3 figlie, sono una donna e mamma che ha sentito il bisogno di scrivere, per noi stessi e per chiunque si trovi ad attraversare momenti difficili.”
Non sei un eroe di fumetti illustrati,
non voli nel cielo sopra i tetti dorati,
non hai un mantello che sfida il vento,
né un simbolo acceso cucito sul petto.
Eppure ti ho visto davvero lottare,
in silenzio, senza mai gridare,
in una stanza d’ospedale spoglia e bianca
dove anche il respiro a volte si stanca.
“Tutto è iniziato dai piedi”, mi hai detto,
un lieve formicolio, quasi un difetto,
un sussurro leggero, sottile, improvviso,
come un’ombra passata sul tuo sorriso.
Poi le gambe hanno smesso di ascoltare,
il mondo ha iniziato a vacillare,
il pavimento, sotto di te,
non era più solido com’era per me.
Un nome lungo, difficile da pronunciare,
più grande del fiato per poterlo chiamare:
Guillain-Barrè, freddo e distante.
Una parola che toglie vigore ai muscoli stanchi,
che spegne la forza nei gesti più franchi,
ma non può entrare nel cuore ardente,
non può toccare ciò che si sente.
Hai avuto paura, una paura profonda,
di quelle che arrivano come un’onda,
paura di non camminare più,
di non potermi sollevare lassù.
Paura di perdere ciò che eri stato,
di non riconoscerti allo specchio appannato,
di non essere più “tu”, davvero,
ma solo un corpo fragile e leggero.
Ma proprio lì, quando tutto si è fermato,
quando il corpo ha tremato e poi si è arrestato,
hai scoperto una forza diversa, nascosta,
che non si misura, che non si sposta.
Non quella che corre veloce lontano,
non quella che stringe con presa di mano,
ma quella che resta quando il resto crolla,
quando il silenzio ti stringe la gola.
Ti ho visto imparare, passo dopo passo,
e rialzarti dal peso più basso,
a fare del limite una lezione,
a non vergognarti della tua emozione.
Ogni passo era un monte da scalare,
ogni gesto un confine da superare,
ogni giorno una piccola vittoria,
scritta in silenzio nella tua storia.
Mi hai detto che ero io a darti coraggio,
la mia voce lieve come un messaggio,
la mia mano stretta nella tua,
la speranza semplice: tornare a camminare, io e tu, quaggiù.
E allora ho capito, senza rumore,
senza bisogno di spiegare il dolore:
io sono tua figlia, lo sai anche tu,
sono il motivo per cui ti rialzi di più.
Sono il battito che ti ha fatto restare,
quando era più facile lasciarsi andare,
sono il coraggio che hai scelto ogni volta
quando la paura ti aveva già avvolta.
Io sono la forza che hai scoperto davvero
Nel momento più fragile, più sincero,
quando pensavi di averla perduta
tra una notte infinita e una stanza muta.
Perché anche quando le gambe cedono piano,
anche quando il corpo non risponde alla mano,
c’è un amore che non smette di camminare,
e trova sempre il modo di ricominciare.










