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Restare in piedi (anche seduti)

Restare in piedi è il brano e il videoclip che nascono dalla storia di Marino, dal suo incidente al percorso di riabilitazione a Montecatone. Un racconto sincero di disabilità, forza interiore e resilienza, dove la sedia a rotelle diventa parte di una nuova identità e ogni piccolo passo avanti è una conquista.


A cura di Ufficio Stampa MRI – Marino Emili ha trentasei anni ed è di Ancona. All’inizio del 2025, nel primo giorno di ferie, esce di casa in bicicletta. Un gesto semplice, quasi distratto. Poi una buca sull’asfalto, l’equilibrio che si spezza, l’impatto violento contro un’automobile. In pochi istanti, il tempo cambia direzione.

Le lesioni sono gravissime. Segue un intervento chirurgico lungo e complesso, poi un primo periodo di riabilitazione in una struttura marchigiana. Il recupero comincia, ma non è sufficiente. A settembre dello stesso anno Marino viene trasferito a Montecatone, dove prende forma una nuova fase: faticosa, incerta, eppure attraversata da una determinazione che resiste. Oggi Marino è tetraplegico. Il corpo ha subito un arresto improvviso e forse definitivo. La volontà, no.

Prima dell’incidente lavorava per una società collegata a Fincantieri, impegnata nelle ispezioni di sicurezza delle navi da crociera. Un lavoro che richiede precisione, responsabilità, attenzione ai dettagli. Le stesse qualità che oggi Marino riversa nel suo cammino riabilitativo, affrontato giorno dopo giorno, senza scorciatoie, misurando ogni progresso come si misura il mare: con rispetto.

Accanto a lui c’è la famiglia. C’è il fratello Diego, quarant’anni, con cui Marino ha scelto di trasformare questa esperienza in un racconto condiviso. La loro storia familiare è segnata da fratture improvvise: anche il padre Umberto aveva dovuto lasciare il lavoro di pescatore a seguito di un incidente in mare. In quella linea spezzata, però, si riconosce una continuità profonda: la capacità di non cedere, di trovare ogni volta una forma diversa per andare avanti.

È da qui che nasce l’idea di un brano musicale, diventato anche un videoclip. Non come esercizio artistico, ma come necessità. Marino racconta di aver sentito, insieme al fratello, il bisogno di dire la sua storia in un modo capace di arrivare alle persone non solo attraverso le parole, ma soprattutto attraverso le emozioni. La musica, in questo senso, diventa un linguaggio che apre varchi e rende condivisibile ciò che altrimenti resterebbe confinato nell’esperienza individuale.

C’è anche un intento più ampio. Marino ammette che, prima di trovarsi dall’altra parte, non conosceva nemmeno la differenza tra paraplegia e tetraplegia: tutto veniva racchiuso in un’unica parola, “paralizzato”. Da questa consapevolezza nasce il desiderio di raccontare la disabilità in modo accessibile e diretto, usando strumenti vicini soprattutto alle generazioni più giovani. Non per semplificare, ma per rendere visibile.

Il testo della canzone prende forma dalle sue sensazioni quotidiane e dal vissuto reale, ed è scritto insieme al fratello. La componente musicale è stata sviluppata anche grazie al supporto di uno strumento di intelligenza artificiale, utilizzato come mezzo creativo. Ma il messaggio, la storia, il significato restano profondamente umani. La tecnologia è uno strumento, non il contenuto. Il contenuto è una vita che cambia e chiede di essere raccontata.

La canzone segue una traiettoria precisa: la caduta improvvisa, lo stravolgimento radicale dell’esistenza, la lenta risalita fatta di fatica, consapevolezza e forza interiore. Non c’è compiacimento nel dolore né ricerca di pietà. C’è uno sguardo diretto su cosa significhi convivere ogni giorno con una disabilità, lasciando però aperto uno spazio alla speranza, alla dignità, alla possibilità di continuare a vivere pienamente.

Nel racconto, la sedia a rotelle smette di essere il simbolo di una resa e diventa lo strumento di una nuova identità. Ogni piccolo progresso è una conquista intima, spesso invisibile a chi guarda da fuori. Il confronto con gli altri pazienti, il sostegno della famiglia e la relazione quotidiana con chi cura alimentano una resilienza concreta, fatta di gesti ripetuti, di pazienza, di giorni che sembrano uguali e invece non lo sono mai.

Montecatone, in questo percorso, non è soltanto un luogo di cura. È uno spazio di passaggio, di ricostruzione, di possibilità. Un luogo in cui il tempo non torna indietro, ma può ricominciare a muoversi in avanti, in un altro modo.

E forse è proprio questo il senso più profondo di Restare in piedi: non negare la caduta, ma imparare a stare, con dignità e consapevolezza, dentro una nuova verticalità.

Per vedere il videoclip clicca QUI

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