Carabiniere in congedo e operatore umanitario Colibrì onlus
Egidio, se dovessi raccontare a qualcuno che non ti conosce chi sei, cosa gli diresti?
Io sono un uomo che viene dal nulla, perché sono sempre stato “nessuno”.
Quando dici “nessuno”, sembra che dietro ci sia qualcosa che non puoi raccontare. È così?
Ho fatto un lavoro particolare che non ho mai potuto gestire come un qualcosa di normale. Non ne potevo parlare apertamente, nemmeno con la famiglia. Ecco, chi sono: sono nessuno!
Ti va di raccontarmi qualcosa di più oppure vuoi lasciare un mistero per chi leggerà?
Posso raccontare qualcosa.
Io parto come Carabiniere presso la Stazione di Santa Maria Novella. Un giorno il Maresciallo deve aver visto qualcosa in me e mi fa: “Tu qua che ci stai a fare alla Stazione di Santa Maria Novella? Guarda che è uscito il concorso per “Pisa”[2]. Vuoi andare a fare le scorte?”.
Avevo un anno di servizio, forse due. Partii, affrontai la selezione e frequentai il corso. Mi classificai primo e mi ritrovai nel G.I.S., il Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri.
Erano gli anni Ottanta ed entrai a far parte delle scorte delle più alte cariche dello Stato. Uomini che hanno fatto l’Italia. La cosa mi ha sempre gratificato e inorgoglito molto. Ho vissuto situazioni molto coinvolgenti, diciamo pure pericolose, ma ne sono uscito indenne fino alla pensione.
C’è un momento che ricordi in maniera particolare?
La prima personalità che scortai per lungo tempo morì nello stesso giorno in cui morì mio padre.
Quel pensiero mi emoziona moltissimo ancora oggi.
I miei superiori mi confermarono la loro stima e mi affidarono la sicurezza di un’altra personalità di grandissima levatura istituzionale. Situazioni sempre molto delicate: auto, elicotteri e tutto il resto. Ho gestito la vita di quell’uomo per diversi anni, fino alla sua morte. Lui è stato per me come un secondo padre.
Egidio, quando ci siamo presentati, mi hai accennato alle tue attività in ambito umanitario e la cosa mi ha molto colpito. Ti va di parlarmene?
La Onlus nasce nel 2014.
Mi trovavo a Roma quando ricevetti la telefonata di una donna che non avevo mai conosciuto prima. Mi disse che sapeva qualcosa delle attività umanitarie che già svolgevo e mi parlò di un progetto per il quale, secondo lei, avrei potuto aiutarla. Rimasi perplesso. Quasi sospettoso. Decisi comunque di andare fino in fondo, di capire meglio e di incontrarla.
Lei, Ambra, volle raccontarmi una favola appresa in Africa: la favola del colibrì. Se non la conosci, te la racconto.
Parla di un piccolo uccellino che vive nella foresta insieme a tutti gli altri animali. Un giorno scoppia un grande incendio e il colibrì comincia a volare avanti e indietro prendendo una goccia d’acqua alla volta per gettarla sulle fiamme.
Gli altri animali lo prendono quasi in giro per quel contributo così piccolo: “Ma dove vai tu?”, gli dicono.
Ma il colibrì risponde con orgoglio: “Io faccio la mia parte”.
Ecco, quella favola chiarisce bene l’importanza del ruolo di ciascuno. Ognuno può dare il contributo che riesce a offrire, anche quando sembra piccolo.
Così, con l’apporto determinante di mia moglie, è nata la O.N.G. Colibrì. Abbiamo portato aiuti anche in Senegal, dove abbiamo addirittura una nostra sede.
All’inizio di quest’altra avventura ero ancora in servizio e quindi fui autorizzato ad operare dal Comando Generale dell’Arma. Gli ultimi anni li trascorsi in un Comando vicino casa. I tempi degli incarichi da tenere nascosti erano finiti.
Quel periodo si chiuse con un’emozione enorme: le mie figlie, per la prima volta, dopo anni di silenzio sul lavoro del loro papà, mi videro davanti allo specchio in divisa da carabiniere.
La loro commozione di allora, e anche la mia, ha chiuso un cerchio.
Per tanti anni ero stato presente senza potermi davvero raccontare. In quel momento, invece, non c’erano più segreti, né distanze. Solo uno sguardo di famiglia.
E quello, forse, vale più di tante medaglie.
Dopo una vita trascorsa a proteggere gli altri e ad attraversare situazioni difficili, è arrivato un evento che ha cambiato la tua di vita. Ti va di raccontarmelo?
Un sabato mattina stavo andando a Giulianova con il mio scooter. Una macchina, sì, mi ha cambiato la vita. È venuta contromano, mi ha preso in pieno e io mi sono ritrovato all’ospedale di Teramo, in fin di vita, con una gamba amputata. Sono passati sette mesi ma solo qui a Montecatone ho visto delle possibilità di recupero. Non prima. Ora sto bene anche se non so per quanti mesi ancora dovrò fare riabilitazione.
Di questa persona che ti ha investito hai saputo niente?
So solo che è un uomo. Non si è mai non si è fatto vivo. I miei amici – pochi amici fidati – e i miei familiari vengono a trovarmi tutti i giorni ma quest’uomo non è mai venuto. Posso capire anche il suo imbarazzo per quello che mi ha fatto…
Nei primi giorni a Montecatone, cosa pensavi?
Questo è un posto fantastico! Fantastico!
Se dovessi spiegare a un bambino che cosa ti è successo, come lo racconteresti?
Con un abbraccio.
Il concorso si chiama “Sempre Io”. Se dovessi scegliere tu un titolo per il tuo racconto, quale sarebbe?
“Nessuno” …
Grazie, Egidio, per aver dato voce a quel “Nessuno” e per averci lasciato entrare nella tua vita. Sono certo che quel “Nessuno”, adesso, sarà un “Qualcuno” rimasto impresso con tutta la forza della sua storia nella mente di chi legge.
[1] a cura di Giovanni Salmeri, tirocinante del servizio di Psicologia di Montecatone
[2] Pisa è la sede di un Reparto di Forze Speciali dei Carabinieri










