Ex assistente agli anziani con genitori del Nord e del Sud, Silvia si è raccontata senza mai smette-re di sorridere e, molte volte, di ridere.
Silvia mi ha mostrato la sua storia in breve ma quanto basta per farsi apprezzare e farmi capire che a volte devono succedere cose grandi per farci rivedere meglio anche quelle piccole. Mentre completavamo il racconto, ha incrociato di nuovo lo sguardo della sua fisioterapista che, con sorriso o occhi dolci, le ha fatto capire che – per colpa mia – era già un po’ in ritardo per la palestra. A quello sguardo Silvia ha risposto con l’ennesimo sorriso e l’ha seguita non con l’aria di chi andava a subire una fatica, ma con quella di chi ha capito da dove ricominciare.
Silvia, quando pensi alla tua vita prima di Montecatone, qual è la prima scena che ti viene in mente?
Io con i miei figli e mio marito, quando andavamo a fare una delle nostre gite tutti insieme. In particolare mi viene in mente quella di tre o quattro anni fa sul lago d’Iseo. Abbiamo girato tutta l’isoletta: dodici chilometri fatti tutti a piedi. Davvero una bella esperienza.
In questi mesi di ricoveri, hai scoperto qualcosa di te che prima non avevi mai visto o a cui non avevi mai pensato?
Nell’ospedale in cui sono stata prima di Montecatone mi hanno un po’ tirata su: ero arrivata che sembravo un budino, non stavo neanche in piedi. Però poi sono riuscita a rimettermi seduta, anche se so bene che di lavoro da fare ce n’è ancora tanto. Quello comunque è già stato un passo avanti, perché in un mese e mezzo sono riuscita a rimettermi un po’ in sesto. La cosa di cui si stupiscono anche i miei figli è come faccia io a essere così forte di carattere. Perché, in fondo, non ho mai pianto. Ho pianto solo il primo giorno, quando mi sono detta: “Come farò, se non mi rimetto in sesto?”. Poi però ho pensato: no, non piangere non serve. Proviamo a fare! Ripartiamo da qua e vediamo cosa riusciamo a tirarne fuori.
Ti spettavi questa tua reazione oppure è stata una sorpresa anche per te?
No, non me l’aspettavo. Non del tutto, almeno
Mi ha ricordato che anche la mia mamma aveva il mio stesso carattere. Forse, quando ti ritrovi in una situazione in cui devi combattere per riuscire a tirarti su, ti viene anche naturale.
Magari mi ha aiutato anche scherzare su me stessa. Anche in semintensiva dicevo, ridendo: “Sembro una balena spiaggiata”. Ho trovato un modo per sdrammatizzare, insomma.
Anche gli infermieri si chiedevano: “Ma come fa?”. Io cercavo di sminuire, perché comunque ce la devi mettere tutta. Devi ricominciare da capo perfino per tornare a camminare, e a questa età.
“Ce la faremo”, mi sono sempre detta. Ce la faremo. Ce la mettiamo tutta.
Nelle ultime due settimane gli operatori hanno visto che sto meglio e sono riuscita a fare parecchi progressi.
Che cos’è che ti ha fatto pensare: Sto ripartendo?
Quando ho sentito un po’ di forza nelle gambe. Ho pensato che, allora, qualcosa si era mosso. Poi stamattina ho provato a girarmi nel letto da sola con la terapista occupazionale, e abbiamo visto che anche lì c’è stato un bel miglioramento. Mi serviva, perché avrei voluto riuscire a girarmi da sola.
Sono piccole cose, ma quando sei qui diventano grandi. Ti fanno capire che qualcosa sta tornando, o almeno che qualcosa si può ancora provare a fare.
C’è qualcosa o qualcuno che in questo periodo ti ha dato più forza?
I miei figli. Tutta la mia famiglia mi è vicina.
Questa situazione mi ha addirittura permesso di riavvicinarmi a mio fratello. Non ci speravo. Ci eravamo allontanati per un piccolo diverbio e, in questo periodo, mi sono detta: “Dai proviamo”. Ho chiesto di parlare con lui quando ero ricoverata in semintensiva e da lì il rapporto è ripartito. Questo riavvicinamento per me è stato una cosa bella, perché forse lui ha capito che non valeva la pena tenere il muso per una piccola discussione.
Da quando ti trovi in questa condizione, c’è qualcosa che guardi con occhi diversi?
Mi sento più vicina alle persone fragili. Lo ero già prima, perché facevo assistenza agli anziani, però adesso ancora di più. Prima vedevo le persone in carrozzina da un’altra prospettiva. Magari pensavo: “Tanto a me non capiterà mai””. Invece adesso che sono dall’altra parte dico: accidenti, però come si fa presto a trovarsi dall’altra parte. Non te lo aspetti mai un cambiamento così. Però anche questa cosa ha degli aspetti positivi, perché si possono imparare tante cose.
Silvia, coltivi qualche desiderio intanto che sei qui?
Adesso mi sono un po’ lanciata nei laboratori che offre Montecatone: pittura, anche se a scuola non mi piaceva dipingere; ping-pong. Appena si potrà; scrittura, anche se non mi sento brava a scrivere ma comunque mi piace. Ho visto che ultimamente mi lancio di più nelle cose rispetto al passato. Mi dico: “Perché no? Proviamo” Al massimo, se non mi piace, smetto di farlo.
Chi o cosa riesce a farti sentire “Silvia” e non “una paziente” qui dentro?
Guarda, tutti gli operatori sono bravi. Mi permettono di scherzare con loto, di scherzare su me stessa, di smorzare. Quindi, anche se sono una paziente, mi fanno sentire una persona: “Silvia”. Anche domenica mattina, con le O.S.S. e la mia compagna di stanza, scherzavamo facendo i versi degli animali. Una cosa comica.
Quale sensazione vorresti lasciare a chi leggerà questo racconto?
Spero che chi leggerà possa trarne vantaggio e capire che, anche se ci si sente giù perché ci si trova su una carrozzina, ci si può tirare su.
Vorrei che fosse anche un incoraggiamento per i parenti, perché in qualunque situazione, anche quando la ripresa non è totale, io sono sempre io
Si, in tutti i modi, io sono questa e non cambio. Sono una persona molto schietta. E anche chi all’inizio sembrava non gradire queta mi schiettezza, poi l’ha capita. E, forse, l’ha anche apprezzata.
[1] a cura di Giovanni Salmeri, tirocinante del servizio di Psicologia di Montecatone









