La salita più difficile

Intervista a Fabio Meini [1]

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Seconda classificata

Durante il ricovero a Montecatone nel 2026 ha partecipato al laboratorio di scrittura. Nella tra-scrizione sono state mantenute le naturali inflessioni toscane del parlato di Fabio, per preservarne la genuinità e quel colore che rende la narrazione più autentica contribuendo a rendere l’esperienza dell’intervista più diretta e coinvolgente anche per chi l’ha raccolta con viva partecipazione umana.

Intervista a Fabio Meini [1]. 

Mi piacerebbe iniziare raccontando le giornate del Fabio prima di Montecatone. Anni fa sono rimasto vedovo e questa cosa mi ha cambiato la vita. Lavoravo come assistente amministrativo in un istituto superiore. Mi occupavo della didattica. Avevo presentato domanda di pensione. Poi però ci ho ripensato: certo, c’era il mio cane – una presenza affettuosa capace di dare calore – ma sapevo che non sarebbe bastato. Così ho revocato la domanda, pensando che qualche anno in più di lavoro mi avrebbe aiutato a mantenere un equilibrio.

Che rapporto avevi con il lavoro?

Contrariamente a quello che si dice sui dipendenti della scuola – cioè che non lavorano per tutta l’estate – io ero in servizio fino a luglio inoltrato per occuparmi di tutto quello che serve per far ripartire la macchina a settembre. Livorno, lì si trova la mia scuola, è una bella città, ci vi vive bene, ha un clima mite sicché ci si può muovere tutto l’anno con lo scooter; la macchina solo per fare la spesa.

E fuori dal lavoro? Cosa riempiva le tue giornate?

Tra le mie passioni, le passeggiate col cane nei boschi intorno a Livorno insieme a miei amici e i loro golden retriever sicché spesso si prendeva e s’andava. Ho sempre fatto sport: a mio padre piaceva la pesca e aveva piacere che s’andasse insieme a lui; ho fatto anche pallacanestro per più di vent’anni ma dagli anni ’90 la bicicletta ha preso il sopravvento. Ho fatto parte di squadre di agonisti. La prima è stata quella dei Portuali di Livorno: ero amico di tutti.

Che tipo di esperienze hai fatto con la bici?

Sono stato in bici sulle Alpi Dolomiti, in Romagna in Francia, in Germania e in Repubblica Ceca. A un certo punto ho avuto dei problemi cardiaci. Il medico mi ha sconsigliato gli sforzi da agonista, in particolare le salite.

E come hai riorganizzato la tua vita sportiva dopo quella indicazione?

Da quel momento in avanti, uscite in bici solo nel weekend, in pianura in solitaria. Il resto del tempo coi cani.

Arriviamo all’estate scorsa…. che periodo era per te?

Nell’agosto dell’anno scorso sono uscito spesso in bici nella campagna pisano-livornese. Prediligo quella zona perché d’estate è più tranquilla rispetto ad altre affollate dal traffico turistico.

Ti capitava ancora di pedalare con gli altri?

A volte mi univo a vecchi compagni di squadra: ormai li vedevo meno spesso perché mi dava noia dovermi fare aspettare.

E poi arriviamo a quel giorno…

Così fino al 25 agosto. Quella domenica piovigginava. Come il meteo di quella giornata di fine estate, anch’io ero incerto: prendere la bici per un’ultima uscita prima di rientrare al lavoro, oppure lasciar perdere. Ma era l’ultimo giorno di ferie, un po’ di gamba l’avevo ancora e la voglia di sfruttarla ha prevalso. “Andiamo”, mi sono detto. Intorno alle nove il cielo ha cominciato a schiarirsi verso il mare, come un segnale. Ho pedalato per una quindicina di chilometri: la salita del Romito, la strada resa celebre dal film “Il Sorpasso” con Vittorio Gassman, scendendo poi verso Castiglioncello, dove un tempo avevano casa Sordi e Mastroianni. Dopo arrivò la pianura che il cardiologo mi aveva “gentilmente concesso”. Mentre mi godevo quell’uscita, però, un furgone arrivato lungo lo stop mi ha preso in pieno. Sono volato sul parabrezza rompendolo con la spalla, poi a terra.

Ricordi il primo istante dopo l’incidente?

Subito ho sentito che qualcosa non andava nel mio corpo: mi sentivo sollevato da terra ma in realtà mi vedevo sdraiato sull’asfalto. Una sensazione davvero strana. Sono arrivati i soccorsi e tanti passanti che conoscevo, pure un pompiere fuori servizio che mi diceva di non muovermi. Iniziavo a pensare che mi aspettavano salite ben più dure di quelle in bici che il cardiologo mi aveva proibito. Di quel momento sull’asfalto mi è rimasta impressa soprattutto la presenza degli altri. Tutti i ragazzi che si fermarono con la bici eran tutti amici…. Gente che conoscevo da anni e con cui siamo andati in bici assieme.

Sicché si fermàran tutti.

Non ho mai perso conoscenza. Questo me lo ricordo bene. E mi ricordo anche le voci. Molti mi tranquillizzavano, mi dicevano di non preoccuparmi, che ci pensavano loro. E infatti è andata così. Mi preoccupavo più che altro di avvertire a casa, mio fratello. Lui è più grande di me di sette anni. È sempre stato un punto di riferimento. La bici me l’ha recuperata un amico, un ex compagno di squadra. Lo conosco dal 1980, da quando si fece i militari. Anche lui appassionato. È in pensione, faceva l’elettricista. Quel giorno lui, più furbo di me, non andò in bicicletta e passò di lì col suo furgoncino. Con quel furgoncino ci va anche in vacanza, ci dorme dentro, segue le tappe del Tour de France.

Mi sono ritrovato in ospedale. Dopo l’operazione ci sono rimasto un mese in rianimazione aspettando che si liberasse un posto a Montecatone. Sono stato in terapia intensiva un paio di mesi, in subintensiva anche di più poi sono riuscito ad arrivare all’Unità Spinale.

A Montecatone il tempo non è uguale: come lo percepisci tu?

Qui il tempo è diverso. È tutto lungo. Rifletto spesso su questo. Vedi, io … da qui ai piedi… Ecco… Se devo pensare che devo stare tutta la vita così… Non so nemmeno se ne vale la pena. Poi però penso che ho la fortuna di avere mio fratello che mi sostiene e anche gli amici, quelli più intimi, che mi stanno vicino. A Livorno mi conoscono, ci sarà la fila per venirmi a trovare… e, certo, mi farà piacere. Però penso anche che ognuno c’ha famiglia, c’ha suoi pensieri. È normale.

“Fabio, se fosse stato un tuo amico a trovarsi nella tua situazione… ci saresti stato per lui con lo stesso cuore che oggi gli altri stanno mettendo per te?” – Non riesco a finire la domanda…

“Lo farei! Lo farei, sì. Molto volentieri anche! Pur sapendo che poi arrivano gli impegni, le vite piene di tutti, le famiglie, i figli, la salute …. Ed è normale, col tempo, che un po’ ci si allontani.

“Se dovessi racchiudere in una parola l’inizio qui a Montecatone … quale sarebbe?

La prima che mi viene è “caos”.

Chi intervista qualcuno di solito cerca le domande giuste. Con Fabio mi è successo qualcosa di diverso: le domande erano ancora tante, ma ad un certo punto mi sono accorto che il racconto aveva già detto l’essenziale. Fabio aveva raccontato l’uomo, il suo carattere, le sue paure, la sua gentilezza e la sua forza. Certo, sarebbe rimasta da raccontare anche la vita dentro Montecatone: le terapie, le conquiste quotidiane, i volti, i giorni facili e quelli difficili. Ma quella è una storia che, in forme diverse, appartiene a molti. Questa intervista, invece, voleva raccontare ciò che appartiene solo a Fabio. E quel racconto, fortunatamente, era già iniziato molto prima di Montecatone.

[1] a cura di Giovanni Salmeri, tirocinante del servizio di Psicologia di Montecatone

Per aver raccontato un uomo, il suo carattere, le sue paure, la sua gentilezza e la sua forza, che c’erano prima di Montecatone e ci saranno anche dopo

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