L’altra metà di un filo

Maria Luisa Breccia

Categoria:

Seconda classificata

Familiare di Persona con disabilità

Ci sono luoghi che non conosci, che senti non appartenerti e che pure, a un certo punto, un giorno diventano casa.

Nei lunghi mesi passati al Centro di Riabilitazione di Montecatone, quelle stanze dalle pareti di cristallo sono state il perimetro esatto del nostro mondo, il confine sottile e trasparente tra la realtà e la speranza.

Dalla grande vetrata della nostra stanza, affacciata sulla bellezza silenziosa di un parco, io e Stefano osservavamo in un tempo sospeso il mondo scorrere…

Il passaggio lento dei giorni, il mutare dei colori degli alberi, l’alternarsi delle stagioni che si rincorrevano e mentre fuori la vita continuava il suo ciclo imperturbabile, dentro di noi, con tante difficoltà, cercavamo di continuare il nostro cammino, in un limbo fatto di attese, di emozioni, di respiri e sospiri.

Stefano era un medico, uno di quei medici che ha fatto della cura dell’altro non solo una professione, ma la ragione stessa della propria esistenza.

Con lui avevo condiviso non solo la quotidianità, ma la professione, giorno dopo giorno, in un’armonia incredibilmente perfetta che ci rendeva inseparabili.

Vederlo lì immobile, improvvisamente spogliato del suo camice, indifeso nel cuore del suo stesso dramma, era straziante.

È qualcosa di difficile da spiegare, uno stato d’animo capace di toglierti il respiro e che solo chi ha percorso con noi quei momenti può comprendere fino in fondo.

Eppure, proprio in quel dolore così profondo, ho visto intorno a noi la medicina che lui amava di più, quella che mette l’essere umano al centro, quella che anche quando sa di non poter guarire, non smette mai, nemmeno per un singolo secondo, di prendersi cura. Chiunque abbia condiviso con noi anche solo un attimo, accanto a Stefano non si è mai fermato alla lente fredda e distaccata della malattia.

Lo ha ascoltato, rispettando i suoi silenzi, che a volte erano più densi di mille parole, in un dialogo fatto di emozioni, rispettoso della sua dignità di uomo e di collega. Cercando le sue risposte con una delicatezza commovente, trasformando i gesti quotidiani in carezze leggere e restituendo umanità laddove la malattia non lo consente.

Montecatone si è preso cura di lui, ma si è preso cura anche di me.

Mi ha accolto, ha diviso con me il dolore, sostenendo il peso della mia disperazione e moltiplicando le gioie fatte di piccoli progressi, permettendomi di restare accanto a lui per tanti lunghi mesi, senza crollare, fino al momento del nostro ritorno a casa.

Lasciare quel nodo di protezione e di cura per varcare di nuovo la soglia del nostro mondo significava portare la nostra nuova realtà fuori da quelle pareti di cristallo, ma in quel passo verso l’esterno non c’era paura, Stefano si sentiva sicuro di me della mia presenza e delle mie cure, e io proprio da quella sua totale fiducia, traevo una forza e un’energia che non credevo possibile, affidando ansie e timori, ai miei pensieri quando al calar del giorno ritrovavo me stessa appoggiata al cuscino.

Abbiamo, con qualche modifica, adattato alle nuove esigenze la nostra casa, il nostro “buon ritiro”, come lo chiamavi tu, amore mio, creando un ambiente accogliente dove, nonostante tutte le difficoltà, fosse ancora possibile esprimersi e vivere.

Come sempre, insieme ci siamo presi cura di noi, proteggendo quel nostro spazio come se fosse una fortezza invisibile.

Eppure, in quel tempo sospeso e fragile, non siamo mai rimasti soli.

La nostra casa è diventata un porto sicuro, riempiendosi di calore di amici e colleghi, di tante persone che ci hanno voluto un bene profondo e che si sono strette a noi in un abbraccio continuo, regalandoci momenti fatti di normalità, di risate accennate e di profonda vicinanza.

Erano istanti preziosi che hanno colorato le nostre giornate e donato vita anche ai nostri momenti più bui.

E fu proprio in uno di quei giorni dolorosi e difficili, in cui passavamo ore vicini in silenzio che Stefano, con la sua profonda lucidità, mi disse, “Mary, mi dispiace per questa vita è andata così! Stai facendo l’impossibile, ma pur con tutto l’amore del mondo non puoi cambiare il destino di un uomo appeso a un filo”.

Poi, proprio con un filo di voce, aggiunse un pensiero che mi trafisse il cuore….

“Vorrei tanto, tesoro mio, portarti con me”.

L’ho abbracciato forte e ho risposto “Andiamo” lui mi ha detto “Perdonami” e insieme ci siamo stretti in un pianto.

Nell’intensità delle sue parole non c’era nessuna traccia di resa, ma piuttosto la dignitosa consapevolezza della sua condizione, mentre io disperata, ammiravo ancora una volta, la grandezza di un uomo che aveva nonostante la sua condizione, la forza di guardare in faccia il proprio limite senza perdere un briciolo della propria statura.

Ora Stefano non c’è più.

Il vuoto che ha lasciato in me è un abisso che toglie il fiato, un silenzio così profondo che fa eco nella nostra casa che sembra vuota senza di lui. Ma immersa in questo dolore devastante, camminando tra i ricordi, io lo sento vicino.

Ho avuto il privilegio di amare ed essere amata da un uomo straordinario, un’anima rara, un dono che nessuna assenza potrà mai portare via.

Oggi, quel desiderio che ci univa ha trovato una nuova forma, nel mio impegno nel portare avanti i nostri progetti di volontariato, quei sogni di aiuto e solidarietà che abbiamo pensato e costruito insieme e che sono stati sempre la bussola del nostro agire quotidiano.

È un modo per farlo respirare ancora e per far sì che la sua dedizione agli altri non si interrompa.

In questo buio profondo, il ricordo del nostro soggiorno a Montecatone, la visione di quella grande vetrata aperta sulle stagioni, l’amore che ci ha avvolto, l’affetto di chi ci è stato vicino e di chi anche da lontano, ci ha accompagnato con un pensiero, sono i punti fermi da cui ripartire, le fondamenta su cui poggio i miei passi.

Abbraccio tutti, uno ad uno con riconoscenza e affetto che le parole, per quanto profonde, non potranno mai contenere del tutto.

E a te, Stefano, compagno di vita e di sogni, ovunque si trovi ora la tua luce, va il mio amore.

Una storia d’amore che continua oltre la morte, grazie alla forza di una donna che sa di aver avuto – con le parole del racconto – un dono straordinario che nessuna assenza potrà mai portare via.

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