Familiare di Persona con disabilità
Che terribile Natale! E pensare che avrebbe dovuto segnare la pace familiare…
Nei primi giorni del settembre scorso, mio figlio, che lavora a Milano, mi telefonò per raccontarmi di non dargli preoccupazioni: dopo aver trascorso il Natale con noi, sarebbe dovuto partire per la Germania, dove dieci anni prima, in visita ad un ex compagno di scuola, aveva contratto la malattia di Lyme. Ricordo che, per la diagnosi ci vollero mesi. Non si era accorto di essere stato punto, preso a bersaglio da una zecca dei cervi. Andò in crisi per i sintomi della patologia: non riusciva a poggiare la testa sul cuscino, le articolazioni erano in sofferenza, dimagriva a vista d’occhio, aveva gli acufeni. Portato di notte al pronto soccorso e di giorno in vari studi medici, la diagnosi sulla quale concordarono tutti fu un forte esaurimento nervoso. Il suo stato fu definito catatonico da un neurologo che consigliò un ricovero coatto. Roba da matti. Mio figlio, in guerra anche con noi si ricoverò al Besta di Milano. Dopo dieci giorni lo dimisero con la diagnosi di cefalea tensiva. Gli dissero che entro un mese, sarebbe arrivato a casa l’esito dell’esame sulle difese immunitarie, come prevedeva il loro protocollo. Fu, così, che ci fu la scolta. Il suo problema era stato provocato dal batterio Borrelia responsabile della Borrelliosi detta anche malattia di Lyme. Andò a curarsi prima a Trieste, poi a Stoccarda e, infine, a casa con la somministrazione della Oxicillina. Flebo, flebo e ancora flebo per mesi. L’esaurimento, che prima non c’era sopraggiunse. Dieci anni prima, si era ammalata la sorella Maria e ora rischiava anche lui di doversi servire della sedia a rotelle, superata la fase acuta, ritornò a Milano, ma purtroppo era immunodepresso. Tornando a noi, per una recidiva della malattia, era costretto a ritornare in Germania e successivamente in Polonia per sottoporsi ad una cura sperimentale che avrebbe funzionato a condizione che fosse sereno, tranquillo. È una parola: la tranquillità, specie se te la proponi, ti prende di mira.
Non nascondo di non aver nutrito fiducia nella nuova profilassi, soprattutto per le raccomandazioni che gli erano state rivolte. Il mio pensiero andò allo stratagemma escogitato dalla Sibilla cumana: quando i soldati, in partenza per la guerra, si recavano da lei per sapere se sarebbero sopravvissuti, il responso sibillino recitava così: Ibis et redibis non morieris in bello. Dalla posizione della virgola prima o dopo non dipendeva la vita o la morte del povero soldato.
Anche mia figlia Debora mi raccomandò di salvaguardare la salute del fratello. Che responsabilità. Veniamo a noi: abbiamo accolto in casa un gatto, non nero come quello di Edgar Allan Poe, ma altrettanto diabolico. È un trovatello color cammello, che ha una caratteristica mai riscontrata in altri felini come nei cani: alza la zampetta una volta per salutare e due volte quando vuole mangiare. Non c’è divano, poltrona, letto su cui non si sia sdraiato beatamente. Esco e poi rientra arrampicandosi su un albero, per poi saltare sul balcone di Maria che lo adora. Entro a questo punto nel vivo della vicenda: ero ancora a letto assonnata quando Maria chiamò perché aprissi il balcone a Luca, il gatto. La sera prima, avevo preso in tranquillante. Fui, così, che feci un salto di due metri, schiantandomi letteralmente contro un lato del comò. Mi fratturai due costole. Fino a Natale, pensai, passerà, ma un mese dopo Maria nel tentativo di accarezzare il gatto perse l’equilibrio e cadde fratturandosi il malleolo. A Natale mio figlio la trovò con la gamba ingessata. Le costole gliele volevo risparmiare, ma il cenone non fu dei migliori. L’insonnia mi aveva devastata. Le borse sotto gli occhi avevo l’aspetto di cerchioni neri alla Roki Balboa. Le rughe erano solchi sulle guance. Avevo augurato a tutti un pessimo Natale e la cattiveria fa invecchiare. Pensai al “Ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde”. Un giorno (è il momento dello spamming) ebbi una raccapricciante visione. Ci voleva l’esorcista. Mai che il gatto? Urlai come il commissario Cattani ne: La piovra.
In attesa di sapere se si era trattato di un’allucinazione, ora, ho deciso di riprendermi la scena. Mi sono sgonfiate le borse con un apposito prodotto. Mi sono tinti i capelli, tutti bianchi anche per lo spavento, mi sono spianata le rughe con bava di lumaca e acido ialuronico. Ho preso degli ansiolitici che stanno funzionando.
La teatrante è pronta. Alzate il sipario: lo spettacolo deve continuare. Come si cambia per non morire, come nella canzone di Fiorella Mannoia.










