Ricoverato a Montecatone dal 2018 al 2019
“Adesso cosa si fa?” Questa è la prima domanda che mi viene in mente il giorno delle mie dimissioni. Se fino ad allora ero rimasto protetto dentro una sfera di cristallo, da quel momento in poi sapevo benissimo che la vera sfida era appena iniziata. Il 10 ottobre 2019 lasciai l’ospedale. La distanza da casa mia, dalla mia terra, era di seicento km. Ricordo che quel giorno era abbastanza soleggiato, ma comunque freddo. La sera prima non ho dormito per niente; i dubbi e le paure mi assalivano nel silenzio della stanza. Mi chiedevo: “E’ vero che cammino, ma non sono autonomo in tutto, come farò?”. Era una delle tante domande che non mi ero posto fino a quel momento. Forse, ero convinto che il giorno delle dimissioni non dovesse arrivare mai. Eppure, quel giorno arrivò. I veri amici e i familiari non vedevano l’ora di abbracciarmi; erano tutti felici, tranne il soscritto. Cercavo di nascondere le mie insicurezze, ma erano più forti di me. Credo che sia stata proprio quella tempesta o forgiare l’uomo che sono oggi, insegnandomi a non farmi travolgere dalle angosce. Ricordo che varcai l’uscita dell’ospedale in carrozzina. Si, perché è vero che camminavo ma facevo solo pochi passi, ed ero ancora dipendente da quel veicolo a due ruote. A Montecatone avevo una terapista eccezionale, sia a livelli umano che professionale; uno dei motivi per cui temevo il ritorno a casa era proprio la consapevolezza che, dalle mie parti, non avrei mai trovato un’altra persona come lei. Oggi che scrivo questo racconto, cammino e non utilizzo più la carrozzina. La strada è stata lunga e lo sarà ancora. Non voglio dire che sia una condanna, sarebbe troppo tragico, ma è comunque un impegno verso me stesso che devo mantenere. Tornare a camminare dopo una mielolesione è una sensazione strana. Agli inizi non percepivo il pavimento a causa della mancanza di sensibilità. Con il passare degli anni sono tornato alla “quasi normalità”. Dico quasi, esatto, perché ancora oggi devo fare i conti con le leggi di questa mia fisica personale: quando mi si irrigidisce la gamba sinistra. O quando mi muovo all’aperto su un terreno disconnesso. Anche capire come piegare la gamba o prevedere il livello di stanchezza sono calcoli che non posso permettermi di trascurare. Il mio cammino non è ancora del tutto automatico. Proseguo il mio percorso riabilitativo a casa, tutti i giorni, ed in modo instancabile. Ovviamente ci sono momenti in cui vorrei mollare tutto e lasciare che la vita vada alla deriva, ma so che non mi è concesso. Montecatone mi ha cambiato, sono conscio che la mia vitta non sarà più come quella di prima e questo non mi fa paura. Non nego di provare un po’ di rabbia, a volte, ma l’unica soluzione è adattarsi e sviluppare quella capacità di problem solving che le aziende cercano tanto nei curriculum. Io penso di averne accumulata abbastanza. Rientrare a casa dopo un anno di degenza in ospedale è stato un vortice di emozioni. In paese volevano organizzarmi una festa di quartiere, ma mi opposi. Un po’ per la stanchezza, un po’ per motivi che oggi nemmeno ricordo. Sta di fatto che quando varcai la porta di casa, non lo feci sulle mie gambe, ma sulla sedia a rotelle. La gente ci rimase male nel vedermi così. Li capisco: forse si aspettavano che un uomo dalla lunga barba folta scendesse dal cielo a dirmi: “Nicola, alzati e cammina!”. Ecco, non è andata proprio così. All’inizio, svolgere le attività quotidiane più semplici, come lavarmi, richiedeva il supporto costante di qualcuno. Mi sono sentito un perfetto sconosciuto in casa mia, disorientato dal fatto di non avere più tutto pronto e accessibile come in ospedale. Arrivando ad oggi, posso affermare di non essere più il Nicola di una volta. Vivere un anno a Montecatone ti fa maturare, ti impone un cambiamento che non è solo fisico, ma emotivo e caratteriale. Nel mio caso, è stata una mutazione fredda. Non mi emoziono più facilmente perle cose ordinarie o straordinarie. Basti pensare che il giorno della discussione della mia tesi di laurea triennale, l’unica cosa che occupava i miei pensieri non era l’ansia della proclamazione, ma il calo millimetrico per non inciampare sul gradino dell’aula, che era spaventosamente alto. La pazienza è la prima cosa che impari ad accettare. In questa nuova vita non esite il “tutto e subito”; ci vogliono tempo, disciplina e costanza. I risultati si vedono dopo mesi di lavoro invisibile. Quando oggi mi guardo allo specchio, ciò che mi spinge a chiedermi “Sono sempre io?” non sono i dati anagrafici o i lineamenti del viso. No. A darmela sono quelle sensazioni contrastanti di debolezza e di forza che convivono dentro di me, e che mi spingono ad andare avanti anche quando tutto sembra remare contro, D’altronde, come dice una famosa frase, non può piovere per sempre. La vittoria più grande è stata il supporto della mia famiglia e degli amici veri. Il mio percorso non finirà mai, e con questo voglio dire che ho imparato a non guardare esclusivamente al traguardo finale. La vera essenza della vittoria è godersi il processo: le persone conosciute lungo la strada, piccoli millimetri conquistati, persino le giornate “no”. Tutto questo fa parte del carburante che, ancora oggi, mi spinge ad andare avanti verso la conquista di nuove mete. Con la certezza che, sotto ogni cicatrice, sono sempre io.










