Sempre Noi

Rafaella Bruno e Simone Marinelli

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Coppia nella vita e nell’impegno sociale, Simone e Raffaella Marinelli raccontano come il loro legame abbia superato la tempesta di un grave incidente nel 1987. Da quella ferita condivisa è nata la cooperativa SuperHando, che trasforma la sventura privata in risorsa per i diritti delle persone con disabilità.

Ci sono storie che non fanno rumore quando nascono. Non hanno bisogno di annunci, né di promesse formali, non cercano applausi. Cominciano piano. Quasi in silenzio. La nostra è nata così. Era il 1984. Eravamo due ragazzini, rispettivamente14 e 17 anni, in una comitiva come tante. Erano giorni semplici, fatti di risate leggere e amicizie spensierate. All’inizio eravamo solo amici, ma un giorno del 1985, tornando dal mare durante una passeggiata qualunque, accadde qualcosa di grande. Uno sguardo diverso. Una sensazione nuova. In quel momento capimmo, senza sapere come, che dentro di noi stava nascendo qualcosa di grande. Non avemmo dubbi: sentimmo che eravamo fatti l’uno per l’altra e che avremmo condiviso l’intera vita. Poi arrivò il 19 marzo 1986. Per la prima volta ci incontrammo sotto casa per una passeggiata comune. Non sapevamo cosa sarebbe successo, sapevamo solo che avevamo una voglia immensa di stare insieme. Camminammo per ore, parlando di tutto: sogni, pensieri, futuro. Mescolammo parole leggere e discorsi importanti, uniti da risate che sembravano non finire mai. Senza dichiarazione ufficiali, senza dircelo davvero, a un certo punto divenne semplicemente chiaro: ci eravamo trovati. Eravamo diventati NOI. Da quella sera, non ci siamo più lasciati. La vita, però, non è sempre stata dolce. Arrivò il servizio militare, la distanza, le lettere scritte appassionatamente per sentirci meno lontani, parole su carta che cercavano di accorciare i chilometri. Eppure anche in quei mesi ci tenemmo stretti, attraverso ogni lettera, ogni parola scritta con cura. Poi arrivò quel giorno. Il 9 luglio 1987. Una data che non si dimentica. Una data che si porta nel corpo prima ancora che nella memoria. Un incidente stradale. Improvviso, brutale, senza preavviso. In un istante, tutto ciò che avevamo costruito insieme, i sogni i progetti, le certezze, sembrano crollare. Simone subisce una lesione midollare cervicale, la nostra giovinezza spezzata, il futuro che avevamo immaginato insieme all’improvviso si faceva incerto, buio, pesante. I mesi che seguirono furono tra i più duri della nostra vita. Gli ospedali, le attese, la paura che si faceva compagna silenziosa di ogni ora. C’erano momenti in cui il dolore sembrava occupare ogni spazio, in cui le domande non trovavano risposta e il futuro appariva come una stanza senza luce. Eppure proprio lì, in quel luogo di fragilità assoluta, scoprimmo qualcosa che non sapevamo di avere, la resilienza, la capacità di stare, di non scappare, di restare anche quando restare costa tutto. Scoprimmo che quello che ci univa era più forte di quello che cercava di dividerci. Non fu semplice. Non fu romantico. Fu reale, faticoso, a tratti disperato. Ma fu anche autentico, perché l’amore vero non si manifesta nelle giornate facili, ma in quelle difficili, quando si sceglie di rimanere quando si sceglie di non andarsene. Come scrivemmo nel biglietto del nostro matrimonio: “L’amore è miracolo: non conosce ostacoli, vince ogni difficoltà e ogni prova”. E noi rimanemmo INSIEME. Quell’incidente non rimase solo una condizione fisica mutata. Cambiò il modo in cui guardavamo il mondo. Ci aprì gli occhi su una realtà che prima non vedevamo, o forse non volevamo vedere. Insieme, imparammo a guardare oltre, trasformando il dolore vissuto in una nuova per comprendere la sofferenza altrui.  Quell’incidente ci aveva tolto la leggerezza, ma ci aveva dato qualcosa di grande: la consapevolezza. E con la consapevolezza, la responsabilità. Fin da subito ci siamo capiti profondamente, scoprendo l’uno nell’altra due anime forti, determinate, a volte meravigliosamente folli e anticonformiste, ma sempre positive, propositive e capaci di guardare al futuro. Abbiamo unito la nostra sensibilità e la nostra determinazione affrontando le sfide con la saggezza di chi non ha smesso di credere nell’amore. Nemmeno quando la vita ha presentato i suoi conti più duri. Il 9 gennaio 1989 rimarrà per sempre una data impressa a fuoco. Fu il giorno in cui Simone, supportato da Raffaella, riuscì finalmente a essere ricoverato nell’Unità Spinale di Montecatone, all’epoca Centro Riabilitazione, precisamente al Padiglione Montebello. L’ingresso in quella struttura si rivelò un’esperienza radicalmente diversa da qualsiasi altra: vi trovammo professionalità d’eccellenza e un’umanità profonda. Un’organizzazione e una gentilezza così autentica da non trovare eguali. In pochissimo tempo, quel padiglione si trasformò in una seconda casa, in una vera e propria famiglia. Questo legame non si è mai spezzato; ancora oggi, a distanza di anni Montecatone mantiene intatta la stessa identica dedizione, confermandosi come un punto di riferimento insostituibile per Simone e per tantissime altre persone con lesione midollare. Dal nostro stare insieme, attraverso la nostra esperienza di fragilità e dipendenza, capimmo cosa significasse davvero aver bisogno degli altri. Cosa significasse scontrarsi con un sistema sanitario, sociale e istituzionale spesso sordo, lento indifferente. Crebbe in noi una voglia comune: fare qualcosa di bello per il nostro territorio, per Cerignola in provincia di Foggia, in Puglia. In quegli anni non esisteva nulla a favore delle persone con disabilità, delle loro famiglie, delle loro voci. Un mondo invisibile, che nessuno sembrava voler vedere. L’esperienza dell’incidente e della riabilitazione ci aveva mostrato un sottobosco silenzioso di persone dimenticate che non chiedevano pietà, ma dignità e presenza attiva, passare dall’assistenzialismo al protagonismo della propria vita. Insieme ad altre persone nacque l’Associazione Superamento Handicap di Cerignola. Cominciammo a lavorare, ad ascoltare, ad aprire porte che sembravano murate. E pian piano venne fuori quel mondo sommerso: le difficoltà silenziose di tante persone presero forma e nome. La nostra ferita era diventata una finestra. L’Associazione crebbe. Tanto da non bastare più. Le persone che bussavano alla nostra porta avevano bisogno di servizi concreti, non solo di ascolto. Fummo così costretti, nel senso più bello del termine, a dare vita anche a una cooperativa sociale: SuperHando perché, non bastava più ascoltare, bisognava anche agire, dare risposte qualificate e concrete: Servizi socio-assistenziali ed educativi per persone con disabilità e per le loro famiglie. Nacquero i progetti, il Centro di Connettività Sociale. Il Centro Polivalente per Disabili, il Servizio per il tempo libero per ragazzi con e senza disabilità, perché abbiamo sempre creduto nell’integrazione e nella vera inclusione, i percorsi per ragazzi con Disturbi Specifici dell’Apprendimento, gli interventi educativi per ragazzi con disturbi dello spettro autistico, la consulenza per i Progetti di Vita Indipendente in Puglia, per dare alle persone con disabilità la possibilità di scegliere, di decidere, di vivere davvero. Oggi SuperHando è diventata un punto di riferimento importante, a livello locale e regionale. Porta servizi agli utenti, lavoro ai soci lavoratori, dignità a chi troppo spesso viene dimenticato. Oggi a quarant’anni di distanza da quella prima passeggiata, e a quasi quarant’anni da quel luglio terribile, siamo ancora qui, a camminare l’uno accanto all’altra, a costruire. Abbiamo imparato, sulla nostra pelle, che la vita non chiede il permesso per colpirti. Ma abbiamo anche imparato che dentro ogni ferita c’è un seme. Che il dolore, quando non si lascia che diventi un muro, può diventare porta. Ciò che accadde cel 1987 avrebbe potuto distruggerci e chiuderci nel rimpianto; invece, ha acceso in noi una domanda profonda: <<Cosa possiamo fare per chi vive una situazione simile alla nostra?>>. Noi siamo eroi, siamo due persone che si sono amate attraverso la tempesta restando unite. Una tragedia può diventare un’occasione di rinascita se si ha il coraggio di non restarne prigionieri. La nostra storia lo dimostra: quello che sembrava una disgrazia è diventata una grazia.

 

Siamo ancora Noi. E Noi siamo diventati anche loro.

 

Due istanti distanti nel tempo, due anime forti unite dallo stesso identico amore.

La testimonianza vivente di come una sventura possa trasformarsi in una grazia collettiva

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