Tra la voce e il corpo

Andrea Giurdanella

Categoria:

Persona con disabilità

Quando aprii gli occhi ebbi la sensazione netta che qualcuno avesse improvvisamente riacceso il mondo senza avvisarmi, perché la luce che mi investì non aveva contorni né profondità e i volti sopra di me apparivano come figure sospese, instabili, deformate da una distanza che non era fisica ma percettiva, come se stessi osservando tutto attraverso un velo liquido che rallentava ogni movimento e rendeva impossibile afferrare davvero ciò che vedevo.

Capii subito che erano persone, molto più di quante riuscisse a distinguere, alcune vagamente familiari, altre completamente estranee, e tutte accomunate da uno stesso sguardo concentrato, teso verso di me, come se stessero aspettando un segnale preciso che io però non sapevo ancora di dover dare.

Provai a parlare quasi per riflesso, per ristabilire una continuità tra ciò che pensavo e ciò che accadeva fuori, ma nel momento stesso in cui tentai di farlo avvertii un attrito profondo nella gola, un raschio violento che mi impedì di produrre qualsiasi suono e che mi fece prendere coscienza di una presenza estranea, invasiva, infilata dentro di me, un tubo che occupava la trachea e che ad ogni respiro si muoveva contro le pareti interne provocando un fastidio continuo, crescente, quasi insopportabile, una presenza così invadente da rendere ogni respiro qualcosa di non mio, come se l’aria stessa dovesse passare attraverso un ostacolo prima di diventare vita.

Il bisogno di liberarmene fu immediato, istintivo, e cercai di sollevare le mani per afferrarlo, ma le braccia non risposero, e quella mancata risposta non fu accompagnata da dolore o debolezza, bensì da un vuoto assoluto, come se il comando non fosse mai partito, come se il corpo fosse diventato improvvisamente un oggetto separato da me.

Sentii il contatto del materasso sotto i polsi e la tensione delle fasce che li tenevano ancorati, provai a divincolarmi, a forzare, ad aggrapparmi a qualsiasi residuo controllo, ma ogni tentativo rimaneva perfettamente formulato dentro la mia mente e completamente inefficace all’esterno.

Le voci iniziarono allora a emergere con maggiore chiarezza, ma invece di rassicurarmi mi travolsero per la loro intensità, perché le percepivo troppo forti, troppo vicine, ma se qualcuno stesse urlando dentro uno spazio chiuso, e mentre cercavano di dirmi di stare tranquillo, che ero tornato, che andava tutto bene, dentro di me cresceva una reazione opposta, una frustrazione lucida che mi portava a voler rispondere, a voler dire loro che li sentivo perfettamente e che non c’era bisogno di alzare la voce, ma ancora una volta non riuscivo a produrre alcun suono.

Tra quei volti riconobbi quello del una collega, che si avvicinò con un atteggiamento più controllato e iniziò a muovere lentamente le dita davanti ai miei occhi, invitandomi a seguirle, a concentrarmi su quel gesto semplice, e io cercai di farlo, di ancorarmi a quel movimento per non perdere completamente il contatto con la realtà, mentre dentro di me continuavo a ripetere che ero presente, che capito tutto.

Fu allora che, oltre le sue spalle, comparvero due figure che inizialmente non riuscii a collocare, perché la loro presenza in quel luogo non aveva senso, e proprio per questo impiegai qualche istante a riconoscerle, finché divennero improvvisamente nitide: erano i miei genitori, arrivati da lontano, da quella Sicilia in cui fino a poco tempo prima esisteva ancora la normalità, e vederli lì, in quel contesto che non comprendevo, creò una frattura improvvisa tra ciò che ricordavo e ciò che stavo vivendo.

Mia madre aveva gli occhi lucidi, le mani coperte dai guanti, il volto nascosto dalla mascherina ma attraversato da un’espressione che non riuscivo a interpretare completamente, una gioia trattenuta che mi disorientò più di ogni altra cosa, mentre mio padre restava immobile accanto a lei, con uno sguardo fermo che cercava di contenere qualcosa di più grande.

Fu in quella frattura che il ricordo arrivò, non come una sequenza ordinata ma come un frammento netto e violento: la strada sull’isola, il vento improvviso, il cappello che vola via, il gesto istintivo di voltarmi per recuperarlo, la ruota si blocca, la perdita di equilibrio e l’impatto con l’asfalto, seguito da immagini confuse, le voci degli amici, il sangue, il tentativo di rassicurare tutti dicevano che stavo bene, e poi qualcosa che si spezza dentro, le parole che non escono più, la consapevolezza improvvisa di stare perdendo il controllo. Mi chiamo Andrea, sono un medico, un chirurgo abituato a tenere le mani ferme e la mente lucida anche nei momenti più complessi, e fino a poche ore prima mi trovavo su un’isola per un breve viaggio con amici, convinto di essere io quello che avrebbe saputo gestire qualsiasi emergenza, senza poter immaginare che in quell’istante sarei diventato il paziente, il corpo su cui altri avrebbero dovuto intervenire per tenere insieme ciò che stava cedendo. E quella inversione improvvisa di ruolo, da chi osserva a chi viene osservato, fu forse la frattura più difficile da accettare.

Provai di nuovo a muovermi, con più urgenza, come se la comprensione dovesse necessariamente tradursi in azione, ma il corpo non rispose, e lo stesso accadde quando tentai ancora di parlare, perché il pensiero restava perfettamente integro ogni possibilità di esprimerlo rimaneva bloccata.

Fu allora che la paura cambiò natura, trasformandosi da reazione immediata a qualcosa di più profondo e pericoloso, un’ipotesi improvvisa che prese forma nella mia mente con una chiarezza disarmante: la possibilità di restare in quello stato, cosciente ma incapace di comunicare, presente ma imprigionato in un corpo che non eseguiva più alcun comando.

In quel momento, mentre l’idea di restare intrappolato dentro un corpo immobile prendeva forma con una lucidità che non lasciava spazio a illusioni, mi resi conto con una chiarezza quasi crudele di quanto fosse paradossale la mia posizione, perché fino a poche ore prima ero io quello che osservava, valutava, decideva, abituato a  interpretare segni clinici, a dare un nome ai sintomi, a rassicurare chi aveva paura, e adesso mi trovavo dall’altra parte, ridotto a quei segni che altri stavano leggendo al posto mio, incapace di partecipare, di correggere, di spiegare che dentro quel corpo apparentemente immobile c’era ancora una mente perfettamente vigile, lucida, presente.

Era come assistere a me stesso dall’interno. Con la consapevolezza precisa di ciò che stava accadendo ma senza alcuna possibilità di intervenire, e questa consapevolezza, invece di aiutarmi, amplificava ogni sensazione, rendendo il silenzio più rumoroso, l’immobilità più pesante, e il tempo improvvisamente dilatato, come se ogni secondo si fosse allungato da permettermi di percepire ogni dettaglio senza poterne modificare nemmeno uno.

Il panico crebbe rapidamente, senza trovare alcuno sfogo, mentre le voci continuavano a parlarmi e il respiratore scandiva un ritmo che non riconoscevo come mio, e proprio quando quella sensazione di essere intrappolato stava diventando insostenibile accadde qualcosa di impercettibile, un dettaglio minimo che però riuscì a farsi spazio dentro il caos. La collega davanti a me rallentò il movimento delle dita e disse qualcosa con un tono diverso, più basso, più vicino, e per la prima volta ebbi la sensazione che non stesse parlando a un corpo, ma a me.

Mi concentrai.

Seguii quel movimento con lo sguardo, lentamente, con fatica, ma con intenzione.

E in quel gesto minuscolo, quasi invisibile per chi stava intorno, accadde qualcosa di fondamentale: non ero completamente bloccato, non ero del tutto assente, c’era ancora una possibilità di contatto, fragile ma reale.

Non riuscivo a parlare, non riuscivo a muovermi, non riuscivo a spiegare nulla di ciò che stava accadendo dentro di me, ma ero lì, cosciente, presente, capace almeno di seguire una voce, un gesto, una direzione.

E in mezzo a tutto quel rumore, a quella paura, a quella perdita improvvisa di controllo, quella possibilità minima fu sufficiente a cambiare il senso di ciò che stava accadendo, perché se qualcosa, anche solo una cosa, rispondeva ancora, allora forse non tutto era perduto.

E per la prima volta da quando avevo aperto gli occhi, invece di cercare di scappare da quel corpo che non riconoscevo più, provai semplicemente a restare dentro, ad aspettare.

Non sapevo quanto tempo sarebbe servito, né quale parte di me sarebbe tornata per prima, ma in quel momento capii che non era più una lotta contro il corpo, bensì un percorso dentro di esso, e che ogni minimo segnale, ogni risposta impercettibile, avrebbe avito un valore diverso, perché non rappresentava solo un recupero, ma la prova concreta che quel silenzio non era definitivo.

E mentre continuavo a seguire quella voce, quel gesto, quella presenza, compresi che si trattava di tornare esattamente come prima, ma di trovare un modo nuove per esserci ancora, anche dentro un corpo che dovevo imparare di nuovo ad abitare.

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