Il profumo della colla e il viaggio attorno al mondo
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“Ho 47 anni e vivo in Italia da vent’anni. Sono mamma di due gemelli di 17 anni, lavoro come educatrice, una professione che considero profonda, stimolante e a tratti felicemente divertente. Amo ciò che faccio e la possibilità di accompagnare gli altri nel loro percorso.”
Sono educatrice di Federico da tre anni. Quando ho iniziato questo percorso con lui, pensavo che il mio compito fosse aiutarlo, insegnargli, accompagnarlo. Pensavo di essere io quella che avrebbe trasmesso qualcosa a lui. In questi anni ho capito che non è affatto così. Federico, ogni giorno, ha insegnato e continua a insegnare qualcosa di importante a me, a tutti noi. Anche a chi gli sta accanto, a chi lavora con lui, a chi lo incontra davvero. Perché Federico lascia qualcosa dentro. Sempre.
Federico ha sei anni. Non si muove, ma la sua mente corre veloce. Pensa, immagina, inventa, osserva tutto. Parla, racconta, spiega, progetta. A scuola usa il puntatore oculare per scrivere e partecipare, ma è soprattutto la sua voce a guidare ciò che facciamo. Federico sa cosa vuole. Ha idee chiare, una fantasia enorme e una capacità speciale di trovare possibilità dove gli altri vedono solo oggetti semplici. La cosa che più sorprende, però, è la sua capacità di sdrammatizzare. Federico non è solo il bambino “speciale” che tutti guardano con tenerezza: è un bambino che sa prendersi gioco della vita, anche quando si fa complicata. La sua ironia è un’arma affilata, un modo per dirci che lui c’è, che è presente e che non vuole essere ridotto alla sua diagnosi.
Questa sua forza si manifesta anche nel rapporto con me: sapendo che l’italiano non è la mia lingua madre, un giorno mi ha guardato e, con quella sua saggezza buffa e profonda, mi ha detto che mi aiuterà ogni volta che sbaglierò qualcosa. È diventato il mio piccolo maestro di lingua, capace di correggermi con una naturalezza che trasforma ogni mio inciampo in un momento di complicità e crescita condivisa. La sua curiosità verso di me è infinita e mi spiazza sempre con la normalità delle sue domande, come quando mi chiede: “Anna, cosa mangiate stasera a casa tua?”, rendendomi parte del suo mondo quotidiano tanto quanto lui lo è del mio. Un esempio perfetto di questa sua voglia di partecipare al mondo è la nostra routine del mercoledì. Quando usciamo da scuola dopo pranzo, salutiamo sempre il nostro amico Michael, il signore che porta via le scatole della mensa. Michael ci mostra come carica gli scatoloni nel camion e Federico osserva ogni gesto con un’attenzione incredibile. In quel momento, nel parcheggio della scuola, non ci sono barriere: c’è solo la curiosità di un bambino che impara come funziona il mondo e il calore di un saluto sincero tra amici.
Un esempio perfetto? La nostra routine quotidiana. Quando dobbiamo gestire i momenti più tecnici, quelli legati alla PEG, molti si aspetterebbero un clima di serietà. Ma non con Federico. Lui vive tutto con naturalezza, trasformando ogni procedura in un momento di sintonia. Quando gli somministro i sali minerali, lui mi guarda con quel suo sorriso furbo e mi dice: “Sali e scendi!”. O se ne esce con un deciso: “Dobbiamo fare benza!”. È il suo modo di dirmi che, come un pilota di Formula 1, ha bisogno di carburante per ripartire verso la prossima avventura. Federico ha capito che l’umorismo è il ponte più breve tra due persone. In quel “sali e scendi” e in quel “fare benza”, Federico si riprende il controllo, trasformando una necessità clinica in un gioco che ci fa ridere fino alle lacrime.
Certo, ogni tanto mi fa anche arrabbiare per scherzo! Con la velocità del suo puntatore oculare sul tablet, si diverte a nascondere i file o le cose importanti nel cestino. Poi mi guarda con quell’aria furbetta e mi dice: “Anna, io guarderei nel cestino…”. È la sua rivincita gioiosa, un modo per giocare alla pari e ricordarmi che dietro quel puntatore c’è un genio birichino. La forza di Federico è tutta in un suo piano rivoluzionario: “Senti, ma se smontassimo il motore della tua lavastoviglie? Lo mettiamo sulla mia carrozzina, così guido io col puntatore!”. Io, spesso, sono le sue mani. Prendo i materiali, taglio, sposto, incollo, costruisco. Ma l’idea è sempre la sua. Federico vede già tutto nella sua testa. Io lo aiuto soltanto a trasformarlo in qualcosa di reale. Insieme lavoriamo così: lui immagina, io lo seguo. Lui crea, io lo accompagno. Certo, non è sempre tutto idilliaco. Anche noi abbiamo i nostri momenti di attrito, specialmente quando dobbiamo costruire qualcosa di complesso e seguiamo le istruzioni. Lui ha le sue idee precise, io magari provo a suggerire una soluzione tecnica, e finiamo a discutere su come incastrare un pezzo. Quando inizia a lamentarsi perché vuole fare a modo suo, lo chiamo “Babonzo Brontolone” e la tensione si scioglie subito in una risata. È una sensazione bellissima, perché è una normalità autentica: siamo due persone che collaborano, che si confrontano e che, proprio come in ogni relazione vera, imparano a trovare un punto d’incontro. Ed è proprio qui che si trova una delle sue lezioni più belle: anche quando qualcosa sembra impossibile, con l’aiuto giusto può diventare possibile.
Ormai la mia casa è diventata un avamposto di raccolta cartoni: i miei parenti, prima di buttare via qualsiasi contenitore, mi chiedono: “Questa serve a Federico?”. Il mio garage è diventato come un magazzino Amazon, stracolmo di cartoni in attesa di diventare un castello, una stazione o un’astronave. In una scatola di cartone, Federico vede un camion. In un foglio vede una strada. In un tappo vede una ruota. E ha una teoria per tutto: mi ha spiegato con assoluta certezza che la carta stagnola si chiama così “perché fa gnola”! Con poco, costruisce moltissimo. Insieme creiamo stazioni, case, ponti, città, storie. Anche se non può usare le mani, Federico riesce comunque a creare mondi interi. E questa è una delle sue verità più grandi: non serve avere tutto per creare qualcosa di bello. A volte basta un’idea, una voce e qualcuno disposto ad ascoltare davvero.
Spesso ci lanciamo in quelli che Federico definisce “progetti grandi”: opere ambiziose che realizziamo rigorosamente quando la mamma e il papà sono al lavoro, perché sono sorprese talmente giganti che quasi non ci stanno in casa! Abbiamo costruito il Coniglio di Pasqua e le renne Rudolf e Renata, tutte di cartone e alte più di un metro. Secondo Federico, queste renne sono così vive che durante la notte si divertono pure a fare le scoregge!
Ed è proprio da questo bisogno di orizzonti larghi che è nato il nostro ultimo, ambizioso progetto: “Cartoline dal mondo”. Non può viaggiare con le gambe, ma viaggia con la mente in modo prodigioso. Così abbiamo deciso che, se lui non può uscire nel mondo, il mondo verrà da lui. Abbiamo chiesto ad amici, conoscenti, ma anche a perfetti sconosciuti di inviare una cartolina da dove vivono. Quando arriva una cartolina, la osserva, la studia, mi chiede di leggerla. Immaginiamo il paesaggio, il clima, la gente che vive in quel posto lontano. Abbiamo creato una mappa dove “ha visto” i boschi del Canada, le montagne vicino al Polo Nord dove abita Babbo Natale. Il “Progetto Cartoline” è diventato il suo modo di reclamare il pianeta. Questo insegna a lui che, anche restando fermi, si può essere ovunque. Gli insegna che c’è una comunità là fuori pronta a ricordarsi di lui, a mandargli un saluto, a renderlo parte di un viaggio globale.
Federico non pensa solo a sé. Pensa anche agli altri bambini. Guarda i suoi compagni, li ascolta, si accorge di loro. Vuole che stiano bene, che siano sereni, che si sentano accolti. E questa, in un bambino così piccolo, è una qualità rara. Possiede una sensibilità profonda. Sa intuire chi ha bisogno, sa riconoscere un’emozione, sa trovare modi semplici e autentici per stare vicino agli altri. Dalla sua percezione di questo mondo, sono nate due idee speciali. La prima è stata la “Scatola della Paura”. Federico dice che quando una paura viene chiusa dentro una scatola, diventa più piccola e fa meno male. È un pensiero semplice, eppure profondissimo. Ci insegna che la paura non va negata. Va guardata, accolta e poi rimessa al suo posto. E questo vale anche per noi. Perché non è solo Federico ad affrontare ogni giorno qualcosa di difficile. Lo facciamo tutti, insieme. Anche noi affrontiamo le difficoltà, le novità, i cambiamenti, le paure. Ci sono giorni semplici e giorni più faticosi. Giorni in cui tutto sembra più leggero e altri in cui serve più forza. Ma Federico ci insegna anche questo: che la paura non si combatte da soli. Si attraversa insieme. Si guarda insieme. E insieme si può rendere più piccola.
Poi è arrivata la “Scatola della Felicità”. Un posto dove custodire i pensieri belli, i sogni, le cose che fanno stare bene. Un contenitore che raccoglie ciò che ci rende felici, per ricordarcelo anche nei giorni più difficili. Federico insegna che la felicità esiste davvero, ma bisogna imparare a riconoscerla. E lui la riconosce benissimo. Un giorno gli abbiamo chiesto: “Federico, che profumo ha la felicità?”. Lui ha sorriso e ha risposto subito: “La colla”.
Una risposta semplice. Eppure dentro quella parola c’è tutto. Secondo lui, la felicità ha il profumo delle cose fatte insieme. La colla serve a unire i pezzi, a tenere insieme ciò che da solo si romperebbe o resterebbe diviso. E forse la felicità è proprio questo: qualcosa che unisce, che tiene insieme, che dà forma, che costruisce. Federico ci insegna che la felicità non è avere una vita perfetta. Non è quando tutto è facile. La felicità è sentirsi amati. È creare qualcosa insieme. È sapere che qualcuno c’è. È trovare bellezza anche nelle cose piccole. È non smettere di immaginare. E questa verità Federico non la insegna solo con le parole. La insegna con il modo in cui vive ogni giorno. La insegna con il suo sguardo sul mondo. La insegna con il sorriso, con l’ironia, con quella sua forza calma che non fa rumore ma arriva dritta al cuore.
Tutta questa luce è il frutto dell’amore immenso che lo circonda. Entrare in casa di Federico significa respirare calore, unione e coraggio. È una casa dove la fatica esiste ma non spegne la luce, dove ogni piccolo passo è una festa. I suoi genitori hanno costruito attorno a lui un ambiente di fiducia e serenità, insegnandogli che la fragilità non toglie valore, ma rende più profondi. Federico è un bambino sereno perché si sente visto, amato e protetto. I suoi genitori possono essere fieri del bambino luminoso che stanno crescendo: Federico è così perché vive in una casa dove l’amore si sente in ogni gesto quotidiano.
Federico ci insegna che la vita è meravigliosa nella sua semplicità. Ci mostra che si può viaggiare restando fermi, che si può insegnare tantissimo senza muovere un passo e che ogni vita, anche la più fragile, ha una bellezza straordinaria e potente. Federico ci ha insegnato, e continua a insegnarci, che la vita è bella sempre. Anche quando è difficile. Anche quando chiede più forza. Anche quando obbliga a rallentare. Ci insegna che si può essere felici anche restando fermi. Che si può essere pieni di vita anche in silenzio. Che si può insegnare tantissimo anche senza muovere un passo. Federico arriva al cuore delle persone. Insegna a rallentare, a guardare meglio, a dare valore alle cose semplici. Insegna che non serve avere tutto per essere felici. A volte basta sentirsi amati. Basta qualcuno che resti. Basta una voce piena di sogni. Basta una cartolina che arrivi da lontano. Basta una famiglia che insegni ogni giorno il coraggio della felicità.
E allora sì, forse la felicità ha davvero questo profumo. Ha il profumo della colla che unisce i pezzi. Ha il profumo delle cose costruite insieme. Ha il profumo dell’amore che tiene tutto. Ed è un profumo che, una volta incontrato, non si dimentica più. E ricordatevelo questo nome, perché sicuramente in futuro sentirete parlare di Federico.










