Sostituto Commissario della Polizia di Stato. Qualche anno fa, ho deciso di intraprendere lo studio universitario della psicologia per finalità e motivazioni strettamente personali. Sono siciliano di origini ma vivo a Forlì da quasi 20 anni. Giunto al III anno del corso di studi ho scelto la realtà del Montecatone R.I. per il tirocinio. L’attività di tirocinante mi ha permesso di scoprire un mondo a me completamente sconosciuto che mi ha colpito e affascinato
Quel 1º dicembre non era la solita giornata. Niente uffici di polizia impregnati dal fumo dei colleghi anziani, quelli che tengono a bada la tensione consumando sigarette come fossero prove da far sparire.
Niente di tutto questo. L’Ispettore Merlisa, investigatore d’esperienza, quella mattina era stato chiamato a intervenire in un luogo insolito e il suo naso — quel naso che fiutava i guai meglio di un cane da tartufo — aveva iniziato a prudergli. Imola. Aria che gli tagliava il viso come una lama fredda. Colline. Mai viste prima. Lui, uomo del sud, non concepiva queste inutili mezze misure. Per lui esistevano il mare o la montagna. Stop. Cos’era, esattamente, quella cosa ibrida che tutti chiamavano “collina”? Per lui il mondo era fin troppo semplice: o bianco o nero. Punto.
Due donne — già viste chissà dove, chissà quando, forse l’estate prima — lo accolsero con un sorriso gentile ma con occhi attenti. Gli misero in mano qualche indizio, poche parole. «C’è un caso da risolvere» disse una, con voce tesa. L’altra aggiunse: «Un delitto. Proprio qui a Montecatone.»
Lora e Nora — così si chiamavano — lo misero subito in guardia: «Ispettore, qui dentro ogni parola, ogni sguardo può essere un indizio. Una traccia. Faccia in fretta… e stia attento.»
Prima che Merlisa potesse controbattere, fare domande o chiedere dettagli, le due sparirono a passi svelti nei corridoi silenziosi dell’Istituto. Così cominciò l’indagine.
L’Ispettore doveva prima di tutto capire di che crimine si trattava. Lora e Nora avevano la tipica espressione furba di chi sa molto ma parla poco, soprattutto con la polizia. Merlisa iniziò allora a muoversi: osservò i volti dei pazienti e dei loro familiari, sorseggiò forti e rassicuranti caffè al bar, forse qualcuno di troppo. Era in cerca di sguardi, frasi, movimenti sospetti. Niente. Nemmeno un dettaglio.
«Che cappero può essere successo a Montecatone?» si ripeteva arrabbiato. «Forse serviva la Scientifica?»
Risposta secca: «No!»
Anche stavolta l’Ispettore Merlisa decise che doveva cavarsela da solo.
Anzi: voleva cavarsela da solo. Come sempre: il solito testone.
Alla fine scelse il metodo più antico, quello che aveva affinato in anni di indagini: interrogare tutti i sospettati, anche senza sapere cosa cercava. Il suo intuito gli dava spintoni da dietro, di quelli che non poteva ignorare.
Fu costretto però a ingoiare un boccone per lui molto amaro: chiedere aiuto. Una cosa semplice, per tanti, ma per lui punteggiata di spine appuntite. Già. L’Ispettore Merlisa. Colui che non aveva mai avuto bisogno del sostegno di nessuno. Almeno, questo era ciò che si raccontava.
Per fortuna, però, trovò un giovane collega che lo aspettava sul posto: si chiamava Eros. Un infiltrato che aveva già cominciato a indagare e si era fatto un’idea. I due non si conoscevano. Mondi troppo diversi. Un tipo strano, Eros. Origini veronesi, anima da cittadino del mondo. «Ispettore» gli disse subito con entusiasmo, «posso darle qualche dritta!» Quelle dritte, alla fine, furono decisive.
Intanto nei corridoi, l’odore di disinfettante si intrecciava a quello del pranzo quasi pronto della mensa: una coltre che sembrava nascondere segreti. Merlisa continuò con interrogatori serrati, finché le dichiarazioni non diventarono più precise, più credibili. La nebbia che in inverno avvolge Montecatone iniziava a diradarsi. Ed ecco la svolta. Un paziente in carrozzina, messo sotto pressione, abbassò lo sguardo e confessò: «Ispettore… siamo stati noi. Abbiamo ucciso i suoi mostri. Le paure sulla disabilità che la tenevano prigioniero… le rigidità che le inchiodavano l’anima.»
Accanto, Eros annuì. Orgoglioso passò all’Ispettore un fascio di fogli pieni di appunti scarabocchiati. «Guarda» disse. «Ecco le prove. Le tue esitazioni nei corridoi. I tuoi sguardi che si ammorbidiscono. Le storie di cadute e risalite che ora ti scaldano il cuore invece di gelartelo.»
Merlisa sfogliava e sentiva il cuore accelerare. Aveva la gola asciutta come chi ha appena finito una corsa. «Nervi saldi» si ripeteva. «Calma. È tutto sotto controllo.»
La seconda confessione arrivò di lì a poco dalla madre di un paziente. «Signora, svuoti il sacco!» disse Merlisa con fare deciso, ormai rassicurato dalle prove raccolte da Eros e convinto che la verità fosse vicina.
Lei tirò un lungo respiro. «Va bene, Ispettore. Le dico tutto. Abbiamo assassinato noi la sua paura del dolore altrui. Io e le altre mamme l’abbiamo sepolta con le nostre mani.»
Poi fu il turno di una giovane dottoressa. Messa alle strette, crollò anche lei, come ai tempi dell’università, quando la paura di alcuni esami la faceva tremare e l’ansia scardinava ogni sua certezza.
«Sì, Ispettore. Siamo stati noi. I suoi muri — il “mare o montagna”, il “bianco o nero” — li abbiamo fatti saltare in aria con una miscela esplosiva: scienza e amore.»
Pazienti, parenti, terapisti, medici. Tutti complici. Il puzzle si ricompose all’improvviso. La Scientifica non sarebbe servita a nulla.
La scena del crimine era dentro di lui. Dentro il cuore dell’Ispettore Merlisa: la morte delle sue paure, fatte a pezzi non da un’arma ma dalle vite che avanzano su ruote silenziose, da cure e piccoli gesti che rimettono insieme ciò che sembrava perduto.
Era provato, Merlisa, ma felice. Un altro caso risolto. O quasi.
Mancava un tassello. Quelle due… Lora e Nora. Che fine avevano fatto? Riapparvero sorridenti avvolte nel fumo delle loro sigarette che sapeva di complicità. «Ispettore, la trappola ha funzionato» disse Lora. «Ci dispiace» aggiunse Nora, «ma dovevamo farlo. Benvenuto a Montecatone.»
Per una volta, in trappola c’era finito lui ed è così, proprio tra quelle colline — che ora amava — che nacque un nuovo Ispettore Merlisa.
L’inchiesta era conclusa. Il processo fu rapido. La condanna, durissima. Ergastolo: accogliere le sfumature, tuffarsi nelle diversità e non temere più il dolore altrui.
Per tutta la vita.










