Medico-Psichiatra in pensione. Ricoverato a Montecatone per lesione spinale dal 28 maggio al 16 dicembre 2025. Appassionato di sport, ha scritto sull’argomento alcuni libri e curato altre pubblicazioni di storia e tradizioni locali.
Una notte d’ottobre del 25. Non una notte come le altre. La notte in cui cambia l’ora. Quando le lancette dell’orologio tornano indietro di sessanta minuti e il tempo si arrotola su sé stesso come un tappeto impolverato.
Non è un’ora che ci è data in più solo per avere più tempo per dormire, come pensano molti, ma l’ora in cui un nuovo presente può sovrapporsi al passato, ciò che è a ciò che è stato. Un’occasione unica per dare un’altra piega agli eventi della vita. Il tempo corre veloce. Mancano 5 minuti e poi tutto tornerà come prima, dice l’interfono con lo stesso tono di voce che ho sentito tante volte annunziare al pomeriggio l’inizio di un laboratorio, uno dei tanti, al secondo piano.
Al Terra B, le lancette dell’orologio appeso alla parete del corridoio girano vorticosamente all’indietro, come l’elica di un natante che viaggia controcorrente nel passato, in cerca di un approdo più o meno lontano sulla linea del tempo. Per tornare a quel giorno, proprio a quell’ora, a quell’istante preciso, e fermarsi sull’orlo del baratro un attimo prima che il Centauro Motociclista andasse a schiantarsi contro il muro, che il Tranquillo Ciclista venisse investito da un camioncino distratto. Un attimo prima di quel tuffo in piscina che ha trasformato un gioco in tragedia. È come riavvolgere il nastro della vita: tornare indietro per scrivere un finale diverso dalla storia.
Dicono che siamo fortunati, che qui fanno miracoli, che al Montecatone Rehabilitation Institute sono avanti anni luce rispetto agli altri. Visto da fuori, nonostante la noia dei giorni sempre uguali, qui dentro se è vero che siamo avanti anni luce, il tempo corre evidentemente più veloce. Ed è questo il motivo per cui le lancette dell’orologio girano così in fretta, molto più in fretta di quanto avviene fuori.
Questa storia del tempo relativo, il Prof. che ha messo radici nella camera là in fondo, un giorno provò a spiegarcela con la nota formula matematica: a misura che la massa si avvicina a valore infiniti il tempo tende a zero. Se dunque un corpo potesse viaggiare alla velocità della luce, diceva il Prof., il corpo sarebbe fermo nello spazio.
Viaggiare alla velocità della luce, a occhio e croce, diremmo che è impossibile, ma a Montecatone si sa che fanno miracoli. La contrazione dello spazio-tempo, un paradosso? Forse. Appena avrò occasione, magari domani in palestra, tra un esercizio allo standing e una pedalata sul cyclo, chiederò al Prof. qualche spiegazione in più, così, giusto per capire.
Mancano meno di 2 minuti, incalza l’interfono, e poi tutto tornerà come prima. Quel che è stato è stato. Dopo non ci sarà più modo di cambiare le cose. Nascosto dentro il gabbione della biancheria sporca parcheggiato in corridoio, vedo la tetraggine uscire dalle camere dei tetra. La vedo scivolare sotto le porte, come una nebbia fredda e leggera, dirigersi rasoterra verso il portone d’ingresso, là in fondo al corridoio, inseguita dal prode Aiax, l’eroe Omerico finito non so come in questa storia.
Sento la tetraggine precipitare ruggendo giù per la tromba delle scale con tutto il suo corredo di lesioni spinali complete e incomplete, di rutilanti piaghe da decubito, di cateteri fissi e cateterismi intermittenti. Di quotidiane induzioni, di urocontrol e altri simpatici passatempi di quel genere.
Sento il portone di ferro vibrare sotto il colpo della lancia che il prode Aiax ha scagliato da una distanza siderale. Con gli altri aiacidi e le aiacide del reparto, è corso subito in difesa dei poveri allettati, più interni che mai a quest’ora di notte, per liberarli in fretta dalla tetraggine, da quella marmaglia, da quei ladri di futuro.
Non c’è più tempo. In corridoio la nebbia si è alzata. La corsa del Motociclista ha raggiunto in questo preciso istante la velocità della luce, il valore infinito e teorizzato dal Prof. e dunque il tempo si è fermato. Sembra fantascienza, ma è matematica pura. Il Centauro è fermo a pochi millimetri dal muro assassino e la sua moto potrà forse prendere un’altra direzione. Come in un fermo immagine, anche l’incauto Tuffatore si è bloccato in volo e potrà forse evitare il tuffo di testa risultato fatale, planando di pancia sull’acqua bassa. Il Tranquillo Ciclista è fermo sui pedali, quanto basta ad evitare l’impatto con il camioncino distratto. E perfino questa colonia di Batteri Resistenti sembrerà in ultimo arrendersi agli antibiotici, prima di organizzarsi in una spondilodiscite C2-C5.
Ignari di questa corsa disperata contro il tempo, che si svolge a loro insaputa benché siano loro stessi i protagonisti, i ragazzi dormono beati nelle loro camerette e sorridono fissando il soffitto, come neonati sotto le loro copertine. La Grande Infermiera troverà tra pochi minuti i Tetra e i Para, che saltano in piedi sui letti, animati da una sorprendente energia, gli imbraghi dei sollevatori trasformati in amache che pendono dal soffitto, con il mio amico Avvocato che, da lassù, declama ad alta voce una libera traduzione del De Senectute: l’importante è che la morte ci trovi vivi. La Grande Infermiera scriverà in consegna che le sacche dei cateteri volavano da un angolo all’altro della camera come palloni impazziti, micidiali gavettoni per chi avesse provato a prenderli al volo…
L’interfono ha detto stop. La grande corsa alla ricerca del tempo perduto è finita.
Una strepitosa esplosione di fuochi artificiali accende la notte dietro la collina di Montecatone, là, tra la Via Emilia e il West. La pioggia di stelle cadenti si riflette sulle vetrate del Terra B.
Vedo in controluce il Poliziotto che mi viene incontro lentamente, con la tipica andatura di chi è ingabbiato nell’esoscheletro. Impugna una pistola ad acqua per ogni evenienza. Credo mi abbia scoperto. Rassegnato ormai al peggio, vado per uscire a mani alzate dal gabbione della biancheria, quando irrompe sulla scena il Ragazzo più Giovane che, alla guida del suo struzzo motorizzato, esce sgommando dalla camera a sirene spiegate, lampeggiando di luce blu. E mentre il Poliziotto corre ad aprire il portone, il Ragazzo più Giovane, con la sua super-vettura si mette in testa alla fila di mezzi e automezzi, attrezzi e ausili d’ogni genere parcheggiati lungo il corridoio. Tutta ferraglia che ormai non seve più: sedia a rotelle e sedie elettriche, struzzi a motore, scomode comode, barelle, standing ovation e lettini da palestra, cyclette e deambulatori, che agganciati l’uno all’altro al traino della lampeggiante super-vettura guidata dal Ragazzo Più Giovane forma uno stravagante convoglio che poco a poco prende velocità per poi lanciarsi, appena uscito dal portone di ferro e svoltato l’angolo, in una folle corsa lungo il chilometrico corridoio d’ingresso, trasformato per l’occasione in una pista di decollo.
Lascio il mio gabbiano e, approfittando del portone lasciato aperto dal Poliziotto, provo a rincorrere l’aereo convoglio che, sferragliando, tra scintille di fuoco e fasci di luce blu intermittente, ha già infilato la porta automatica e ha preso la via del cielo. Quando ho cominciato a scrivere, non avevo pensato per questo racconto un finale tipo Miracolo a Milano. Ma è la vita, a volte, che copia il cinema.
È ancora buio, ma il bar è già aperto. Entro e in qualche modo, non so come, vado spedito verso la terrazza. Non c’è nessuno. I tavolini sono tutti vuoti. Mi siedo, allungo il collo come posso e guardo in alto: vedo un lampo di luce blu attraversare il cielo e sparire dietro le cime degli alberi. Mi viene voglia di fumare una sigaretta, ma è soltanto un esercizio di fantasia, perché non riesco a tenerla tra le dita e anche l’accendino è troppo pesante per me.
Non mi è mai piaciuto fumare da solo, neanche per finta come adesso. Vorrei un’infermiera, una fisioterapista, un OSS, un Medico, qualcuno, insomma, uomo o donna non importa, qualcuno con cui parlare di niente.
Morena è perciò la benvenuta. Prima di prendere servizio è passata dal bar. Mi ha visto ed è venuta a sedersi vicino a me. Rientra adesso da una delle solite veglie all’alba, passata ad abbracciare gli alberi di un giardino sensoriale su in collina.
Natale è ancora lontano, ma lei è già in clima. Porta un cerchietto con le corna di panno rosso, come la renna di Babbo Natale.
Così, dice, faccio onore al mio soprannome: Morenna con due enne.
Vuoi un caffè, mi chiede subito dopo. Lo vuoi dolce o amaro? Ma cosa te lo chiedo a fare? Amaro come sempre e nero come il futuro, immagino.
No, questa volta ti sbagli, le dico. Lo voglio con molto zucchero. Lo voglio dolce. Dolce come la vita.
Lo va a prendere al banco e me lo porta. Un caffè per me e uno per lei. Seduti al tavolino parliamo di niente per qualche minuto. Le anticipo anche il finale del racconto che ho in mente di inviare alla redazione di “Sempre IO”, la rivista annuale di Montecatone. Un racconto assurdo, dalla prima all’ultima riga, una roba, mi direbbe un amico, che solo un matto può scrivere. Morenna sembrava divertita.
A questo punto, però, ho una domanda da farti, le dico.
Secondo te conviene pubblicare questo racconto? Io penso di sì, la mia care giver, invece, dice che non conviene. Conviene o non conviene? Tu cosa dici? Secondo te conviene?
E lei, come l’analista sempre in penombra, invertendo però i ruoli dello spot pubblicitario, dopo un attimo di esitazione mi dice:
Sì, conviene.
E poi aggiunge: Ma vai da Conad.










